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I VERBALI

Mafia di Barcellona, così il pentito Micale racconta gli omicidi in cui è stato coinvolto

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Tredici omicidi di mafia raccontati da uno che ha lavorato per Cosa nostra barcellonese, s’è sporcato le mani di proiettili e sangue, ha nascosto cadaveri, scavato fosse dell’ultima volta. E una lunga scia di “omissis” che fanno presagire molti altri racconti, ancora coperti dal velo del segreto e delle indagini. Il nuovo pentito barcellonese Aurelio Micale ha soltanto quarant’anni. E appena s’è seduto davanti ai magistrati della Dda di Messina e ai carabinieri del Ros, questa estate, tra luglio e settembre, nel corso di una lunga serie di incontri che ancora continuano, ha pensato subito a sua figlia: «... i motivi che mi hanno indotto a collaborare con la Giustizia per dare alla mia famiglia un futuro migliore in particolare a mia figlia che ha nove anni e nessuno mi ha aiutato per l'esigenze di mia figlia». E poi ha cominciato a raccontare. Tutto quello che sapeva di vent’anni di mafia alle spalle, a Barcellona e dintorni.

L’affiliazione nel 1994
«Ammetto di avere fatto parte dell'associazione mafiosa dei barcellonesi - ha esordito il neo pentito -, nella quale ho fatto ingresso più o meno tra il 1994/1995. All’epoca ero molto vicino a D’Amico Francesco con il quale commettevamo piccoli reati; ad un certo punto Carmelo D’Amico fece entrare nell’associazione il fratello Francesco e Calderone Antonino detto “Caiella” soprannome familiare procurò il mio ingresso nell'associazione nell'interesse della quale ho commesso plurimi reati percependo compensi originariamente corrisposte soprattutto in occasione delle feste così dette ricordanti. Nell’associazione ho avuto rapporti molto stretti tra gli altri con D’Amico Carmelo e Chiofalo Domenico detto “marocchino” o “u niru” per via della carnagione.

Le tre “anime” della famiglia
«Per quanto riguarda in linea generale l'associazione mafiosa posso dire che più o meno all'epoca del così detto triplice omicidio, anni 92/93, i capi dell'associazione erano Sem Di Salvo, Giovanni Rao, Pippo Gullotta, Eugenio Barresi, Filippo Barresi; si tratta del gruppo così detto dei vecchi che decideva qualsiasi cosa d’importante per l’associazione. Carmelo D’Amico per un certo periodo fu sotto ordinato rispetto a questi poi iniziò a lamentarsi perché non percepiva le somme che riteneva di meritare, quindi si pose a capo di un suo gruppo. Preciso comunque che l’associazione restò sempre unica e ripartita quindi in tre gruppi Mazzarrà, Barcellona P.G. e il gruppo dei vecchi rappresentato da Rao Giovanni. Da libero ho fatto sempre parte dell’associazione; in carcere l’associazione non si è curata di mantenermi, posso dire soltanto che quando mi lamentai col Chiofalo Salvatore questi mi disse che aveva fatto pervenire 500 euro alla mia famiglia che non so da dove provenissero».

Gli omicidi
Il pentito ha raccontato di aver preso parte direttamente a otto omicidi, e ha riferito quanto appreso per altri cinque. Ma questa è solo la prima tranche di dichiarazioni verbalizzate che è stata depositata dai magistrati della Dda peloritana agli atti dell’operazione antimafia “Gotha 6” ieri mattina, un processo che vede già il dibattimento in corso da parecchio tempo in corte d’assise.

Sicuramente c’è molto altro.
Micale ha dichiarato: «... sono stato coinvolto personalmente in questi omicidi: Tramontana Mimmo, avvenuto nel 2001; Isgrò Giovanni detto “Maionese” avvenuto credo nel 2013; Sboto Antonino avvenuto credo nel 1999; Catalfamo Giovanni non ricordo l’epoca dell'omicidio ma avvenuto sicuramente subito dopo l'omicidio di Mario Milici; Ficarra Fortunato detto “Natittu”, aveva una Vespa 50 e abitava a Santa Lucia del Mela non ricordo l’epoca; Mazzù Nunziato avvenuto prima dell’arresto del D’Amico Carmelo del gennaio 1999 per l’operazione “Pozzo”; De Pasquale detto “u picuraru” avvenuto poco prima dell’arresto di D’Amico Carmelo e Calderone Antonino per l’operazione “Pozzo”». Poi Micale ha raccontato di altre esecuzioni per aver appreso da altri i particolari: «Da Campo di nome credo Salvatore, fu ucciso da Siracusa Nunziato e Calderone Antonino, perché sospettato di avere fatto una soffiata alle Forze dell’Ordine sulla latitanza di Calderone Antonino relativa al triplice omicidio (si tratta della triplice esecuzione Geraci-Raimondi-Martino, n.d.r.); Milici Mario, fu ucciso da D’Amico Carmelo e Carmelo Giambò; sono ancora in grado di riferire sui seguenti fatti di sangue: omicidio Di Paola Giovanni; omicidio Iannello Felice; omicidio Mazza Carmelo; secondo attentato a Carmelo Giambò».

L’uccisione di Antonino Sboto
Un racconto agghiacciante. L’esempio di sangue e morte della mafia che non perdona chi da ragazzino estraneo ai grandi giri “sgarra” e ruba dove non dovrebbe. A casa di un mafioso. Ad Antonino Sboto dopo averlo ammazzato, in una sorta di canyon lungo un torrente sperduto, il 3 maggio del 1999, gli mozzarono orrendamente le mani. Ecco il racconto che Micale ha fatto a magistrati e investigatori.

I motivi.
«Sboto Antonino non era un associato, fu ucciso perché era dedito a furti non tollerati dall’associazione mafiosa. Sboto, in particolare, era sospettato di avere fatto un furto nell’abitazione della sorella di Salvatore Micale, Graziella; Sboto faceva, tra l'altro, anche scippi a vecchiette. L’iniziativa di eliminare Sboto fu presa da Salvatore Micale, detto “Calcaterra”, il quale non tollerava l’affronto subito con il furto a casa della sorella. “Calcaterra”, quindi, si confrontò con Carmelo D’Amico e questi, ritengo come accaduto in casi simili, si confrontò a sua volta con Sam Di Salvo detto “Rosalia”, anzi specifico meglio che fu lo stesso Carmelo D’Amico a darmi conferma del fatto che l'omicidio era stato autorizzato da Sam Di Salvo. Questa circostanza fu da me appresa nel corso di un incontro in cui Carmelo D’Amico disse a me e a Calderone Antonino che bisognava fare quest’omicidio e che, per farlo, era stato autorizzato da Sam Di Salvo. Sempre in quell'occasione, si decise che lo Sboto sarebbe stato attirato in un tranello da parte di Micale Salvatore. A distanza di qualche giorno da quest’incontro, Calderone Antonino mi disse di andare presso il negozio di Salvatore Micale, chiamato “La casa del canarino”, perché, quella stessa sera, lì si sarebbe recato anche Sboto Antonino. Io eseguii la disposizione del Calderone e lì, con Salvatore Micale, attendemmo Sboto. Quando questi arrivò, salimmo tutti e tre a bordo della Fiat 500 in uso a Micale Salvatore, condotta da questi con me seduto lato passeggero e Sboto Antonino sul sedile posteriore; ci recammo in contrada “Buddisco” dì Barcellona P.G.. Sboto era convinto che stavamo andando a fare un furto, circostanza questa che gli era stata detta da Salvatore Micale e che avevamo commentato anche nel corso del tragitto a bordo della Fiat 500».

L’esecuzione.
Micale poi su ordine di Carmelo D’Amico tornò al negozio “La casa del canarino”, prese in consegna il motorino di Sboto, e lo nascose sulla spiaggia di Calderà, poi ritornò con Salvatore Micale in contrada “Buddisco” «dove avevamo lasciato lo Sboto. Appena arrivato, vidi che lo Sboto aveva le mani legate con un laccio di nailon, del tipo di quelli usati per legare la paglia. Salimmo, quindi, a bordo di una Nissan Patrol, di proprietà di Perdichizzi Ottavio ma in quel momento in uso a Calderone Antonino, collocandoci in questo modo: Calderone Antonino alla guida, io seduto lato passeggero, Carmelo D'Amico e Sboto Antonino seduti dietro sul passa ruota, poiché in quel modello di autocarro non ci sono sedili posteriori. Ci recammo, quindi, in una zona di montagna in località “Buzzurro”, nei pressi di un piccolo ruscello, salendo per il torrente Idria, a distanza di un chilometro circa dalla stalla di Giuseppe Isaja». E il racconto agghiacciante prosegue: «Ci fermammo lungo la strada, in una zona in cui c’è una salita con una collinetta; ricordo che in quel posto c'era anche un muretto; quindi, uscimmo dalla macchina lasciando le luci accese poiché era buio; il motore dell’auto fu spento. lo rimasi nei pressi dell’autovettura mentre D’Amico Carmelo e Calderone Antonino si allontanarono con lo Sboto per circa 30 metri; a questo punto, fecero fermare la vittima nei pressi del muretto, Calderone Antonino lo fece inclinare in avanti e gli sparò un colpo di pistola cal. 7,65 corto alla nuca; la pistola si inceppò; Calderone Antonino riuscì a sbloccarla e, poco dopo, sparò un altro colpo sempre alla nuca dello Sboto, che si trovava già riverso sul muretto. Anche D’Amico Carmelo era armato con una pistola cal. 7,65, più lunga rispetto a quella utilizzata dal Calderone, ma non esplose alcun colpo».

Le mani mozzate.
«A quel punto, Calderone mi disse di prendere dalla macchina i coltelli che aveva portato, avvolti in fogli di giornale. Ebbi così modo di verificare che erano due: uno più lungo, una specie di macete, e uno più corto, del tipo utilizzato per disossare. Calderone diede il coltello più lungo a D’Amico Carmelo, il quale iniziò a colpire una mano di Sboto per mozzarla ma non ci riuscì, tant'é che intervenne Calderone Antonino, più esperto in quanto macellaio, il quale, col coltello più piccolo, riuscì a staccare entrambe le mani al corpo dello Sboto, buttandole, successivamente, prima una e poi l'altra oltre il muretto. Anche il corpo di Sboto fu buttato oltre il muretto, dove c'era una specie di fossato con dei cespugli. Nel lanciarle, le mani mozzate finirono un po’ distanti dal corpo. Preciso che io vidi tutta la scena perché, come ho detto, i fari della macchina consentivano di avere luce sufficiente. A questo punto, andammo via con la stessa auto, da me condotta ... lungo il tragitto, Calderone Antonino buttò i coltelli nel torrente Idria, a distanza di circa due chilometri, nei pressi del rione Panteini, lanciandoli dal finestrino».
Un racconto, per l’ennesima volta, agghiacciante.

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