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Messina, sequestro beni per oltre 300mila euro al "cassiere" del clan Mangialupi

I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Messina stanno eseguendo un decreto di sequestro, emesso dal Tribunale di Messina - Sezione Misure di Prevenzione - avente ad oggetto il patrimonio mobiliare ed immobiliare, per un valore stimato di oltre 300.000 euro, riconducibile a Francesco Laganà, secondo gli inquirenti noto esponente del clan mafioso di Cosa Nostra egemone nel rione Mangialupi di Messina.

Era "organico" sin dal 2013

Il soggetto, organico al clan sin dal 2013, come accertato nel noto processo di mafia scaturito dall’operazione “Dominio”, ha mantenuto inalterato, per lungo tempo, il proprio potere criminale, tanto da conservare i contatti con gli altri sodali intranei al clan o comunque vicini ad esso. Formalmente assunto prima presso il distributore di carburante intestato alla moglie del “capo clan” e poi presso il tabaccaio riferibile alla famiglia mafiosa, il soggetto colpito dall’odierno provvedimento era preposto al delicatissimo ruolo di “cassiere”, con disponibilità delle chiavi del locale ove le risorse in contanti erano custodite.

Il custode del "libro di cassa"

Tra gli elementi più significativi, come rappresentati nella sentenza di Appello del 2019 e confermata dalla Corte di Cassazione nel 2021, ricordiamo che il “cassiere”, oltre ad essere il tenutario del “libro di cassa” contenente le indicazioni dei proventi del gioco d’azzardo e delle estorsioni, è stato custode delle somme di denaro contante, per conto del clan.

Basti pensare che militari del G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Messina sequestrarono, nel corso delle indagini, oltre 140.000 euro in un locale di cui il prevenuto aveva la disponibilità di accesso e ne custodiva le chiavi. L'uomo, poi, oltre a mantenere i contatti con il commercialista, al posto dei rappresentanti legali (teste di legno) delle attività commerciali del clan, era presente sempre in occasione di controlli e sequestri di macchinette videopoker illegali controllate dal sodalizio e posizionate nei vari locali situati a Messina. In particolare nel 2014, in occasione di un controllo della Guardia di Finanza, veniva incaricato dal capo clan di far scomparire “tutti i documenti dall’ufficio”.

Il rapporto "stabile" col clan

In definitiva, l’odierno provvedimento viene eseguito nei confronti di un soggetto a piena disposizione del gruppo e dei suoi multiformi interessi illeciti, integrando la condotta di chi si trova in “rapporto di stabile ed organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio criminale”.

I successivi approfondimenti economico-patrimoniali, quindi, condotti dagli specialisti del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Messina, estesi a tutto il nucleo familiare, hanno consentito di disvelare la disponibilità di beni in misura sproporzionata rispetto ai redditi dichiarati, nonché la provenienza di parte degli stessi quale provento e/o reimpiego dei delitti contestati nei diversi gradi di giudizio.

Il decreto eseguito in data odierna ha ad oggetto: nr. 1 unità immobiliare, situata nel Comune di Messina; nr. 1 autovettura; conti correnti e libretti di deposito a risparmio. L’odierna operazione testimonia il costante impegno della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina, della Sezione Misure di Prevenzione del locale Tribunale, nonché della Guardia di Finanza di Messina, volto ad individuare le ricchezze illecitamente accumulate per restituirle alla collettività, ricorrendo a tutti gli istituti giuridici di aggressione patrimoniale previsti dall’avanzata normativa antimafia nazionale.

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