Mercoledì, 12 Maggio 2021
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Stefano, il neurochirurgo messinese che salva vite in Canada

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«Mi sembra di vivere un sogno. Proprio quando credevo che non ci fosse più alcuna possibilità, mi è capitata tra le mani l’occasione della mia vita». Non ha ancora concretizzato l’obiettivo di tornare nella sua terra, ma Stefano Priola, giovane neurochirurgo, classe 1984, originario di San Marco d'Alunzio, formatosi all’Università di Messina, ha continuato a farsi strada in Canada. E non solo continua a fare il suo lavoro, ma ha anche la possibilità di insegnare agli studenti della Northern Ontario school of medicine (Nosm).

Giovane talento che parla ad aspiranti medici che motiva dicendo loro «Mettete il cuore in tutto quello che fate», cercando di impartire gli stessi insegnamenti che dà ai suoi figli: «Dal nostro ultimo incontro – racconta il giovane medico – la mia storia si è evoluta. Sempre in meglio devo dire. Nel giugno 2019 ho iniziato la mia quarta fellowship, che è appunto un approfondimento specifico su una determinata area medica. E questa volta ho deciso di focalizzare la mia attenzione sulle procedure endovascolari, e cioè quelle che permettono il trattamento di alcune malattie cerebrali vascolari con accesso attraverso i vasi sanguigni. Si utilizza un vaso di grosso calibro, ad esempio l'arteria femorale, e con specifici cateteri si raggiunge il cervello».

Tutto procedeva in maniera tranquilla, e il professionista, sempre voglioso di imparare e migliorarsi con l'umiltà che lo contraddistingue, non sapeva che questa esperienza avrebbe rappresentato una svolta, azzardando termini entusiastici. E infatti ha interrotto la fellowship prima della naturale scadenza dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro importante. Ma il suo bagaglio culturale, nel frattempo, era diventato più ricco.

«Con questa ultima esperienza ho voluto ampliare i miei orizzonti, imparando il trattamento endovascolare degli stroke ischemici, la cosiddetta trombectomia meccanica». E la svolta arriva, anche grazie a quello che lui stesso definisce un colpo di fortuna: «Al contrario di quanto si possa immaginare, – continua Priola – trovare lavoro come neurochirurgo in Canada non è affatto semplice, specialmente per coloro che non hanno compiuto gli studi in questo paese. Io mi ritengo fortunato, perché mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto. Ad ottobre 2019 sono venuto a conoscenza del fatto che l’Health Sciences North Hospital di Sudbury, una cittadina del Nord Ontario, fosse alla ricerca di un neurochirurgo e così ho presentato la mia candidatura. Allo stesso tempo, in questo ospedale, stavano lavorando sodo per mettere in piedi lo Stroke Program».

La sua preparazione, l’essere un neurochirurgo capace di eseguire le procedure endovascolari, gli ha consentito di primeggiare rispetto ad altri candidati. E oggi è l'unico neurochirurgo in tutto il Nord Ontario in grado di trattare i pazienti affetti da stroke, e si divide tra il lavoro normale, l'insegnamento e la ricerca. Un tris vincente in un posto accogliente: «Sudbury è una cittadina immersa nella natura, circondata da laghi e immensi parchi naturali, un posto davvero incantevole.I laghi ghiacciati durante l’inverno vengono usati come piste di pattinaggio all’aperto, mentre in estate ci si può nuotare. Credo sia un bel posto in cui vivere. La mia famiglia nel frattempo si è allargata con l’arrivo di Sofia che si è aggiunta a Vittoria e Alessio».

E sul futuro non si sbilancia, consapevole che non sa cosa come si sarebbe evoluta la carriera in patria: «Mi manca la mia famiglia, i miei amici, il calcio amatoriale che ho praticato con l’Aluntina, la squadra del mio paese. Insomma, mi manca casa, ma qui siamo felici.

Per quanto riguarda la carriera in Italia – conclude – non sono sicuro di cosa sarei riuscito a fare. Nonostante i tanti pregiudizi in merito, spesso legati a qualche caso eccezionale, anche in Italia per poter fare carriera bisogna comunque lavorare sodo. A Messina ho lasciato tanti colleghi e amici molto preparati, da cui ho imparato molto, e che lottano ogni giorno contro mille avversità per poter garantire delle cure di ottimo livello».

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