Sabato, 31 Ottobre 2020
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INFRASTRUTTURE

Il Ponte sullo Stretto non sarà nel Recovery Fund: l’Europa vuole l’opera, l’Italia dice no

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Il Ponte non troverà spazio nel Recovery Fund. Il 24 settembre la ministra delle Infrastrutture (della Repubblica... Cisalpina) Paola De Micheli, per bocca della presidente della Commissione Ambiente alla Camera, Alessia Rota (in risposta a un interrogativo sollevato dalla deputata di Forza Italia Erica Mazzetti) ha fatto sapere che il gruppo di lavoro incaricato di valutare l'opera sta terminando il suo compito «ma in ogni caso il Ponte non sarà inserito nel Recovery Plan».

I partiti della maggioranza (Pd e 5Stelle), assieme al premier Conte e ai suoi ministri, dovranno assumersi pienamente le proprie responsabilità davanti alle popolazioni dello Stretto e del Sud in generale. Che la manovra sia chiara e già definita da tempo, preceduta da un inverecondo balletto di dichiarazioni “a entrare e uscire” di ministri e viceministri, lo si sapeva. E anche ieri se ne è avuta conferma nel documento posto all'esame della Commissione Trasporti della Camera dei deputati. Il Ponte sullo Stretto, salvo un voto diverso da parte del Parlamento, sembra definitivamente escluso dai progetti finanziabili con i 209 miliardi di euro che l'Europa ha concesso al nostro Paese.

I criteri dell'esclusione sono semplicemente ridicoli. Vediamo per quali progetti viene data la valutazione negativa. «1) Progetti finanziabili integralmente tramite altri fondi Ue 2021-27; infrastrutture che non hanno un livello di preparazione progettuale sufficiente, dati i tempi medi di attuazione e la dimensione del progetto; progetti “storici” che hanno noti problemi di attuazione di difficile soluzione nel medio termine, pur avendo già avuto disponibilità di fondi; progetti o misure che non hanno impatti duraturi su Pil e occupazione; progetti che non presentano stime attendibili sull'impatto economico atteso; progetti per i quali non è individuato il modo di monitorarne la realizzazione; progetti che non rispettino i criteri di sostenibilità».

Il Ponte sarebbe inserito nei «progetti storici che hanno noti problemi di attuazione di difficile soluzione nel medio termine...». Assurdo. Il collegamento stabile tra le due sponde dello Stretto ha un progetto che può essere ripreso e attuato in tempi brevi, ha un impatto duraturo sul Pil e sull'occupazione (per i sette anni di lavoro, tra manodopera direttamente impegnata nella costruzione e i settori dell'indotto, secondo una stima di qualche anno fa contenuta in uno studio dell'Università Bocconi, dovrebbero essere addirittura 120 mila i nuovi posti di lavoro), è l'infrastruttura che più di ogni altra riporterebbe il Meridione e l'Area dello Stretto al centro delle politiche nazionali e internazionali, risarcendo i territori del Sud per i decenni di marginalizzazione e desertificazione ai quali hanno contribuito in maniera decisiva le scellerate politiche “nordiste” dei Governi italiani ostaggio dei “poteri forti” del Paese. L'Europa non ha nulla in contrario alla realizzazione del Ponte (anzi, l'Ue è decisamente favorevole), è l'Italia che mette i bastoni fra le ruote e ciò appare ancora più scandaloso.

Le linee guida generali poggiano su tre basi fondanti: 1) promuovere la coesione economica, sociale e territoriale dell'Unione migliorando la resilienza e la capacità di aggiustamento degli Stati membri; 2) attenuare l'impatto sociale ed economico della crisi, favorendo l'inclusione territoriale e la parità di genere; 3) sostenere le transizioni verde e digitale, contribuendo in tal modo a ripristinare il potenziale di crescita delle economie dell'Unione, a incentivare la creazione di posti di lavoro nel periodo successivo alla crisi da Covid-19 e a promuovere una crescita sostenibile. L'Italia ha indicato sei missioni: l) digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; 2) rivoluzione verde e transizione ecologica; 3) infrastrutture per la mobilità; 4) istruzione, formazione, ricerca e cultura; 5) equità sociale, di genere e territoriale; 6) salute.

«La missione 3, “Infrastrutture per la mobilità” - si legge nella relazione discussa ieri in Commissione - , richiede investimenti e una maggiore efficienza dei processi autorizzativi. Il Governo intende puntare sulla rete ferroviaria Alta velocità-Alta capacità per passeggeri e merci con il completamento dei corridoi Ten-T, su interventi sulla rete stradale e autostradale con un'attenzione particolare per ponti e viadotti, su interventi finalizzati alla promozione dell'intermodalità logistica integrata per le merci e di una mobilità a supporto del turismo». E qui emerge un'altra clamorosa contraddizione: senza il Ponte non ci sarà mai Alta velocità ferroviaria in Sicilia e non potrà essere completata la famosa Rete Ten-T che da Helsinki arriva fino a Malta.

«Non è inoltre trascurato il fatto che l'Italia, per la sua posizione privilegiata, può essere considerata una grande piattaforma sul Mediterraneo, capace di rappresentare il vero “porto d'Europa”, approdo naturale dei traffici di merci. È fondamentale, quindi, investire nelle infrastrutture, per cogliere l'obiettivo di connettere in maniera efficiente tutto il territorio italiano all'Europa, rendendo fluidi e veloci gli scambi commerciali, anche al fine di colmare il divario tra il Nord e il Sud». Lo si dice ma non lo si fa. E il peccato è ancora più grave: ipocrisia e fariseismo. In realtà il disegno è chiarissimo: «In tale contesto risultano quindi necessari investimenti sulla dorsale Tirrenica e Adriatica con una sinergica connessione tra reti ferroviarie, viarie e infrastrutture portuali e aeroportuali, nonché il raccordo fra il Brennero e il Tirreno». L'Italia sempre più spaccata in due, forse anche in tre o quattro parti, il Nord, il Centro-Nord che lambisce Lazio e Campania, il Sud, e poi, la nostra Isola condannata al definitivo isolamento, se non alla sparizione come la mitica Atlantide.

«In questa prospettiva, appare fondamentale non ritardare ulteriormente l'avvio di politiche di riequilibrio degli investimenti e cogliere la straordinaria occasione offerta dal Recovery Fund. La Svimez stima che per ogni euro di investimento al Sud, si generino circa 1,3 euro di valore aggiunto per il Paese, e, di questi, circa 30 centesimi (il 25 per cento) ricadano nel Centro-Nord. Il Pnrr rappresenta quindi una occasione unica per disegnare un nuovo percorso di perequazione tra le diverse aree del Paese...». Parole parole parole. «L'obiettivo prioritario resta quello di incrementare gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, al fine di colmare il divario infrastrutturale che rallenta la crescita di quei territori». Ancora parole parole parole... Ma delle parole, qui in riva allo Stretto, non sappiamo più che farcene. Ci vorrebbero le barricate.

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