Domenica, 20 Giugno 2021
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VIAGGIO DA SUD A NORD

Carmelo Rifici, quell’antico teatrante messinese capostipite d’arte e di passione

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E’ nato a Milano ed è cresciuto in Svizzera e in queste due realtà (ma non solo) sta sviluppando una carriera teatrale di primo piano, tanto da aver già vinto come regista tutti i maggiori premi italiani. Dal 2015 Carmelo Rifici, 47 anni, è direttore della scuola del Piccolo Teatro nel capoluogo lombardo, dove ha firmato anche importanti regie; dal 2014 è direttore artistico di LAC (Lugano Arte e Cultura) e del suo grande teatro, dove ha realizzato molte altre regie.

Eppure la sua città d’elezione, quella del cuore, è rimasta Messina, dove è nato il padre e, soprattutto, il nonno (di cui porta il nome), noto negli anni 50 e 60, tipico rappresentante di un teatro in cui il capocomico faceva tutto (attore, autore, riduttore, regista, organizzatore).

Turi Celano, attore messinese della vecchia guardia e figlio di Tino, che con Rifici lavorò spesso, ricorda che quest’ultimo aveva come cavallo di battaglia il personaggio di Turi Malacorda: «Un delinquente buono che era balbuziente. Ne veniva fuori uno spettacolo drammatico e comico insieme, in cui Rifici era eccezionale».

Un nonno di ieri che per il Carmelo Rifici di oggi è stato fondamentale, come lui stesso ci racconta. «È morto quando ero ancora ragazzino, me lo sono goduto poco, ma è stato decisivo per la mia strada. Mi chiamo come lui e anch’io ho voluto fare teatro. Di mestiere era un mastro carpentiere e scalpellino, le strade di acciottolato e di pietra lavica che ci sono a Messina sono state fatte anche con il contributo delle sue mani. Ma ogni anno, a cominciare dalla primavera, la sua principale attività diventava il teatro. Aveva una compagnia, recitava, scriveva testi e girava la Sicilia e la Calabria».

Cosa ricorda della sua arte?

«Purtroppo non l’ho visto mai sul palcoscenico, ma ricordo benissimo le sue recite domestiche, gli piaceva esibire il suo repertorio in famiglia, compreso il personaggio di Malacorda. Così, in modo naturale, e forse anche misterioso, il suo dna teatrale si è sviluppato in me. Non mi riferisco solo alla semplice passione. Le posizioni fisiche che allora proponeva mi ricordano quelle che oggi chiedo ai miei attori. Lino Amendolia, un giornalista di Gazzetta del Sud che aveva lavorato con mio nonno, ne raccontava il metodo di recitazione, basato sulla respirazione, differenziandola tra i personaggi. Chiedeva agli attori di essere il personaggio e non di farlo. Direi che toglieva il concetto di rappresentazione per esprimere l’autenticità di ciò che accadeva. Mi sorprende felicemente come sia un metodo di oggi, moderno e non legato alla classicità e alla tradizione; è quello che insegno ai miei allievi. Quindi c’è una precisa linea continuativa tra lui e me, tanto più incredibile se si pensa, come ho detto, che non lo ho mai visto a teatro».

E ciò ha rafforzato il suo legame con Messina.

«Sono rimasto ancorato alla Sicilia e a Messina. Ci vado spesso, anche adesso, purtroppo non c’è più mia nonna, ma ci sono zie e cugini. Lo considero il mio luogo di rigenerazione, da Messina a Marinello è una zona dei sentimenti che preservo dal lavoro. Sono sempre in giro per il teatro, forse non sono cittadino da nessuna parte e le tournée e gli altri impegni teatrali hanno acuito questa estraneità, costruttiva e comunque attrattiva, a ogni luogo. Messina è rimasta la mia città d’elezione, non solo perché è quella di mio padre, ma proprio per questo legame spirituale con il nonno. Ho fatto qualcosa in Sicilia solo a Palermo, ai tempi di Carriglio, e a Siracusa la regia di “Fedra” nel 2010. Messina forse è destinata a rimanere solo un luogo privilegiato dell’anima...».

Lei è arrivato al Piccolo in quanto assistente di Luca Ronconi, un incontro speciale.

«Conoscendolo, era difficile non rimanere “incastrati” da Luca, felicemente sedotti dalla sua intelligenza. Io l’ho cercato, mi sono iscritto all’Accademia dello Stabile di Torino, dove mi sono diplomato in recitazione e regia, perché c’era lui. All’inizio della mia carriera sono rimasto folgorato dall’imprinting del teatro di ricerca, ma i veri strumenti professionali li ho imparati da Ronconi. Lui, però, lasciò Torino e andò al Piccolo: non fu sufficiente per farmi rinunciare ai suoi insegnamenti. Fondò la scuola di perfezionamento Santacristina a Perugia e lì fui ammesso come allievo regista. Poi divenni il suo assistente. Devo molto alla sua fiducia e a quella di Sergio Escobar, l’ex direttore del Piccolo. Nel 2009 Ronconi ebbe le prime avvisaglie del suo male e mi affidò al Piccolo una regia che avrebbe dovuto fare lui, “I pretendenti” di Jean-Luc Lagarce. Dopo le regie firmate al Litta, il passaggio al Piccolo mi ha aperto molte strade, da giovane regista sono diventato regista riconosciuto. Prima ho aiutato Ronconi nella scuola in Umbria e poi ho preso il suo posto alla direzione della Scuola del Piccolo».

E anche la Svizzera, dove lei è cresciuto perché suo padre, ferroviere, aveva deciso di trasferirsi.

«Nel 2014 ho poi partecipato al bando del Lac di Lugano e l’ho vinto: lì per me c’è un’altra strada, slegata dalla tradizione italiana. Milano e Lugano per mia fortuna sono vicine e questo mi ha consentito di seguire ambedue le attività e mettere insieme le mie due anime: quella della grande regia e l’altra contemporanea».

Eppure la bocciarono alla prova d’ingresso della scuola civica “Paolo Grassi”.

«Non fui ammesso al corso di regia. Mi dissero che il mio progetto era ambizioso e troppo ronconiano. Pensare che allora neppure lo conoscevo. Era il 1996 e non immaginavo il ruolo che Ronconi avrebbe avuto nella mia vita artistica».

Il teatro soffre della crisi provocata dal Covid- 19. È il momento di idee nuove?

«Ogni situazione seria impone riflessioni e nuove idee, specie se si tratta di eventi che sfuggono al nostro controllo. Oggi è evidente che l’artista si trova a dover riconsiderare il proprio ruolo nella società, che appare indifferente al teatro. Non subiamo censure, ma qualcosa di peggio, appunto l’indifferenza. L’appiattimento del linguaggio rende ininfluente il pensiero culturale nella società. È un errore madornale. Come nelle chiese si celebra un rito spirituale, nei teatri si celebra un rituale di comunità. In questo luogo ci sono le chiavi di accesso al linguaggio, ma la politica non lo capisce. Chi, come noi, si muove nei territori, disegna una geografia dell’anima, è sempre necessario sapere chi è il pubblico cui ci si rivolge, è un ruolo vitale nella cultura, ma non vedo comprensione per questa nostra caratteristica».

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