Domenica, 23 Settembre 2018
MESSINA

Adesso riprendiamoci la bellezza sfigurata


di Lucio D'Amico

 È bastata una sera, la magia della luna piena, dell’argento di un mare solcato da navi illuminate, di mille persone accorse per un evento inaspettato, sospese tra nostalgia e voglia di futuro, per ricordarci quale città può essere Messina. E di quale spreco di bellezza ci si è macchiati, facendo del waterfront un inutile orpello, lasciando nel più assoluto degrado tesori come il lungomare fieristico o lo spicchio di terra incastonato nel’azzurro, e nei “veleni”, che chiamiamo Falce. È bastata quella sera in riva allo Stretto, il sabato pre-inaugurale del Film Fest di Taormina, a riaprire (o almeno ce lo auguriamo) un dibattito necessario sul destino della Fiera, degli eventi a cui deve obbligatoriamente legarsi il nome della nostra città, dei propositi di rilancio turistico-culturale che non possono non passare da un progetto più ampio di rigenerazione urbana. Qualche anziano, presente durante il Gala, ha compiuto un salto indietro nei decenni ed è tornato con gli occhi, la mente e il cuore alla Messina scintillante degli anni Cinquanta- Sessanta, fucina di incontri e di rassegne, di mostre di altissimo livello e di eventi mondani tali da non sfigurare con quelli organizzati in altre più importanti città italiane ed europee. La nostalgia a volte è una brutta bestia, perché fa vedere tutto d’oro e d’argento ciò che appartiene al passato e induce a ritenere che il presente sia fatto solo di letame. Non c’è una Messina migliore di un’altra, i vecchi ricordano il loro essere giovani e ci parlano di bellissime ragazze come Claudia Cardinale, Sophia Loren, Brigitte Bardot, di cantanti come Mina, registi come Visconti e Fellini, attori come Sordi, Manfredi, Vittorio Gassman. I nostri figli e nipoti ricorderanno la Messina del 2014, anche loro con affetto e nostalgia, perché dovunque uno cresce lascia pezzi di cuore e il tempo gli appartiene, anche quando gli sfugge. E allora si parli di Fiera. Non più, ahimè, di un ente morto dopo che per anni gli era stato tolto ossigeno vitale, ma del contenitore, che va riempito di contenitori, di quel luogo fisico e simbolico che rappresenta la città del passato, del presente e del futuro, quell’affaccio a mare da riconquistare a ogni costo e da riconsegnare alle nuove generazioni di messinesi, alle quali bisogna pur dare messaggi di speranza e non solo lezioni di permanente pessimismo.

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