Martedì, 18 Dicembre 2018
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MESSINA

Così diversi e una
passione in comune

Convincere chi si è recato alle urne il 9 e 10 giugno a farlo anche domenica prossima. Intercettare il voto del partito di maggioranza relativa, quello degli astensionisti. Parlare al cuore e alla mente dei messinesi, invitandoli a credere in un possibile riscatto per la città e l’intera area dello Stretto. Non è facile il compito di Renato Accorinti e Felice Calabrò, i due candidati rimasti in campo dopo la “selezione” fatta dagli elettori. “The Heath”, la sfida, era il titolo di un film con protagonisti i grandi Robert De Niro e Al Pacino. Ora è una corsa all’ultimo respiro tra due persone diversissime tra loro, che hanno in comune, però, la stessa passione per il bene comune e la stessa voglia d’impegnarsi per cambiare le sorti di una città giunta al capolinea. «Sono tutti uguali, i programmi sono tutti gli stessi», sono i luoghi comuni che di solito rimbalzano nei discorsi della gente, a ragione arrabbiata e disillusa. Ma rabbia e disillusione non giustificano il qualunquismo. Non sono “uguali” Calabrò e Accorinti. Il primo ha 40 anni (e la barbetta nera), il secondo ne ha 58 (e la barba bianca). Felice è cattolico, Renato dicono sia buddista, in realtà è un “sincretista”, che coglie da ogni religione gli aspetti più spirituali. Calabrò è avvocato, Accorinti è insegnante di educazione fisica. Il primo, nato negli anni Settanta, ha vissuto il periodo della “Pantera” (le occupazioni delle scuole alla fine degli anni Ottanta), il secondo era tra i banchi ai tempi della “rivoluzione” post- sessantottina. Felice è nato a Zafferia, Renato è della zona di Provinciale. Calabrò ha fatto esperienza politica da consigliere comunale di maggioranza e ha fatto il capogruppo di opposizione alla giunta Buzzanca. Accorinti ha sempre detto no a qualunque proposta di candidatura (ne ha avute decine in questi anni, quasi una a ogni elezione) e ha fatto politica a modo suo, da attivista-pacifista. Felice è contro il Ponte così come, inutile è ricordarlo, Renato. Ma anche su questo fronte sono diversi: il primo ha maturato l’idea del “no alla grande opera” studiando gli atti e le carte in commissione, il secondo ne ha fatto una delle sue battaglie di vita, ritenendo che lo Stretto non abbia bisogno di «cattedrali nel deserto» ma di opere che ne migliorino la qualità della vita di ogni giorno.

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