Martedì, 18 Dicembre 2018
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MESSINA

Approvato il piano
di riequilibrio
finanziario

piano riequilibrio, Messina, Archivio
croce e dalmazio

Un percorso lungo dieci anni, per tirare fuori Palazzo Zanca dalle secche economico-finanziarie in cui è finito. E per convincere il ministero dell’Interno che sì, il Comune può risanare le proprie casse, e dunque si merita “l’aiuto”da circa 50 milioni che il fondo di rotazione del Governo nazionale, il “Salva Comuni”, prevede per Messina. Un fondo al quale è strettamente legato l’altro aiuto, quello della Regione, il tesoretto che va da un minimo di 33 ad un massimo di 40 milioni garantito dalla norma “Salva Messina” del governo Crocetta. Questo è il piano di riequilibrio finanziario pluriennale varato dal commissario Luigi Croce e approvato ieri sera, intorno alle 20, dal consiglio comunale, dopo una giornata “allungata” da un piccolo giallo legato al contratto di servizio dell’Amam. Andava approvato prima o dopo il Piano di riequilibrio? Questo il quesito sollevato in mattinata, nel “primo tempo” della seduta di Consiglio, un dubbio instillato dal segretario generale Santi Alligo e rafforzato dallo stesso commissario Croce. «È indipensabile –aveva detto la mattina Croce, affiancato dal suo esperto di fiducia Nino Dalmazio, che annuiva – l’approvazione preventiva del contratto di servizio dell’Amam rispetto al piano di riequilibrio». Una dichiarazione rafforzata dal presidente della commissione Bilancio, Giuseppe Melazzo: «Il trenta per cento delle entrate del piano di riequilibrio sono determinate proprio da quanto previsto dal contratto di servizio dell’Amam», da qui l’evidenza della necessità di votarlo prima del Piano. Questo avrebbe suggerito la logica, questo sarebbe stato il frutto di una ragione d’opportunità. Ma poi ci si deve scontrare sempre con i passaggi amministrativo- burocratici. Ad esempio, il possibile contrasto con la normativa secondo cui le reti idriche vanno concesse gratuitamente all’ente gestore, l’Amam in questione, mentre il contratto prevede che la società dovrà versare 15 milioni di euro per la concessione dei “beni” affidati dal Comune. Proprio il tenore generico della parola “beni”, però, salvaguarderebbe la bontà del contratto. Altro passaggio, non superabile rispetto agli altri: il contratto di servizio ha bisogno del parere dei revisori dei conti. Parere che il collegio non poteva certo rendere nelle poche ore trascorse tra l’interruzione della prima parte della seduta, avvenuta poco dopo le 14, e la ripresa della stessa, nel tardo pomeriggio.

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