Sabato, 26 Novembre 2022
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Bolle & Friends, al Teatro Antico la fatata danza delle stelle

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Ho sentito il Teatro Antico animarsi coi toni di un concerto rock e subito ricomporsi in religioso silenzio. Ho visto il popolo delle grandi occasioni seduto davanti a un palcoscenico di stelle e poi in piedi, ai loro piedi ad applaudirle.

Ho percepito tutta la forza della leggerezza, i volumi che sembravano non patire il peso. Le linee parallele (marcate e fluide) incontrarsi nella musica. La democratizzazione di un'arte che sale sulle punte per raggiungere chiunque. La testa, così rigida nella disciplina. E l'elasticità del corpo in perpetuo movimento.

Ballavano anche le ombre venerdì sera a Taormina. Danzavano i pensieri, e la pelle ne svelava le emozioni. Per lo spettacolo finale del Bolle & Friends (nell’ambito del “Festival Taormina Opera Stars”, coproduzione tra Artedanza srl e l’Associazione Musicale e Culturale “Aldebaran”), quello che ha concluso un tour passato attraverso l'Italia, la Sicilia ha schierato se stessa da dentro, ha accolto "gli altri" da fuori, s'è stretta allo Stretto.

E non servono i filtri degli esperti per cogliere la bellezza quando è nuda, la potenza della perfezione, l'attrazione fatata. È bastato Roberto Bolle, gran maestro di una cerimonia collettiva in cui è stato bello tra i belli. Nella quale, senza imposizioni, ha messo in scena connessioni.

Sono bastati i suoi fendenti nell'assolo su "In Your Black Eyes" di Ezio Bosso a simulare e dissimulare gesti e contesti, a rendere presente il Maestro scomparso. A schiarire un messaggio doloroso, intriso di oscurità.

È apparsa come una congiunzione visionaria, morbida, malleabile, continua, scandita, inarrestabile... quella "O". Così s'intitola lo spettro sonoro di Pritchard and The Field, così lo sentono Casia Vengoechea e Toon Lobach. La coppia di fama internazionale che prima si è incamminata su una strada iper contemporanea e poi, insieme a Bolle, per i classici "Sentieri" di Chopin.

Sono stati superbi Nicoletta Manni e il suo promesso sposo Timofej Andrijashenko, le étoile della Scala unite tanto in un accademico "Grand Pas Classique" (Auber) quanto in un illuminante "Luminous" (Richter).

Quindi il "Don Chisciotte" (Minkus) e le variazioni di Tatiana Melnik e Michal Krcmar. Lei ungherese (dall'Hungarian National Ballet di Budapest), lui finlandese (del Finnish National Ballet di Helsinki).

Dai "Tre Preludi" di Rachmaninov, passando per un "Caravaggio" nella rilettura scenica che Moretti fa di Monteverdi - entrambi dipinti da Melissa Hamilton (The Royal Ballet di Londra) e ancora Roberto Bolle - fino al "Duel" finale, senza esclusione di colpi sulla batteria di Cacciola, tra il "gladiatore" e l'amico scaligero Del Freo.

Da dietro le mura del teatro rimbombava forte l'eco di un friscaletto. Un folcrorico, identitario, impertinente friscaletto. E alla fine ti chiedi se i lunghissimi applausi bastino, se dopo gli infiniti inchini quegli artisti sensazionali guadagneranno le quinte soddisfatti, se si porteranno nel cuore quello che meritano. Quanto si può dire senza aggiungere neanche una parola.

© Riproduzione riservata

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