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La vita? Una magica sceneggiatura. Parla la talentuosa messinese Alessia Rotondo

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«Messina è casa. Sono molto fortunata a essere nata su un’isola, in un posto pieno di luce. La mia è una città che non ha fatto del tutto i conti con i traumi del passato e per la quale il futuro è a volte difficile da immaginare. Proprio per questo lo Stretto ha un potenziale narrativo rimasto forse sopito per un po’. È un luogo magico, già protagonista di una delle prime storie mai raccontate: l’Odissea. Mi auguro che questa fascinazione per le due sponde che si sfiorano senza mai toccarsi si riveli un serbatoio di storie future». Alessia Rotondo è tra le penne che hanno firmato la sceneggiatura de “La timidezza delle Chiome” di Valentina Bertani. Un film che porta sullo schermo Benji e Joshua, due gemelli omozigoti di origine ebraica con una disabilità intellettiva che a differenza dei loro coetanei vivono un limbo di incertezza. Che si scontra però con il desiderio di vivere ogni momento . E Alessia ci ha portato non solo in questa storia ma ha riavvolto il nastro della sua. Raccontando gli inizi che partono da “Supercalifragilistichespiralidoso” e il “Biancoconiglio”.

Alessia Rotondo, classe 1985, ex mauroliciana. Come e quando nasce l’amore per il cinema e che passioni avevi da piccola?
«Ero una bambina con molta immaginazione. E divoravo tanti film, rigorosamente Disney. Mio padre comprò un “Vhs”, ma non era facilissimo trovare le cassette, così per un po’ ho avuto solo due titoli: “Alice nel paese delle meraviglie” e “Mary Poppins”. Due film stranissimi adesso che ci penso, dove non c’è nessuna principessa da salvare ma si lascia ampio spazio alla stramberia. Sapevo utilizzare il videoregistratore da sola, quindi appena finivo con uno, facevo partire l’altro. D’estate trascorrevo le vacanze con tutta la famiglia nella casa di Scaletta Zanclea, e costringevo mio fratello e i miei cugini a preparare degli spettacoli per un pubblico di genitori, zii e nonni. Erano recite piuttosto tediose, però diciamo che il gioco del “facciamo finta che” mi entusiasma da sempre».

Qual è stato il percorso dopo la maturità classica?

«Ho studiato Scienze della Comunicazione a Siena, poi ho fatto un anno di Erasmus a Madrid. Ed è stato l’anno in cui ho capito che avrei voluto fare qualcosa nell’audiovisivo, quindi mi sono spostata a Milano dove ho studiato Televisione e Cinema. Tutto abbastanza coerente, con il senno di poi, però mentre compi delle scelte non sai mai dove ti condurranno. Si va sempre a tentativi ed errori».

Nel 2013 con una borsa di studio hai frequentato la “School of Theater, Film and Television” della Ucla, a Los Angeles. Che cosa ti ha spinto ad andare in America e soprattutto cosa ti ha insegnato il continente a stelle e strisce?

«Una mia amica che non smetterò mai di ringraziare abbastanza (grazie Barbara!), mi ha mandato il link di un bando governativo il giorno prima che scadesse. Ho messo insieme tutto il carteggio in fretta e furia pensando: “Tanto non mi prenderanno mai”. E invece 6 mesi dopo ero in California. A Los Angeles mi sono resa conto che scrivere poteva davvero essere un lavoro. E così è stato».

Come sono arrivati i primi lavori?

«Ho realizzato di voler fare la sceneggiatrice dopo aver terminato la prima stesura di una radiocommedia (non esistevano ancora i podcast) scritta con Marcello Ubertone. Mettere la parola “fine” mi aveva dato una sensazione di pienezza come poche altre cose. Poi quel lavoro è andato in onda su Radio 3, ma io avevo già scelto. Da lì in poi il cammino non è stato per nulla lineare. Essere una donna non aiuta perché sono pochi gli esempi che ti hanno preceduto, quindi all’inizio fai fatica anche solo a immaginarti in un ruolo che hai sempre pensato maschile. Mi è capitato molte volte di essere l’unico esemplare femminile in una “crew” di uomini, e non lo dico con orgoglio. Credo sia necessario formarsi il più possibile, scrivere, riscrivere e insistere. Prima o poi qualche porta si apre. E, una volta dentro, è giusto usare il proprio privilegio per fare entrare tutte le altre».
C'è anche la tua firma tra i professionisti che hanno scritto la sceneggiatura de  “La timidezza delle chiome”. Un film presentato nella sezione “Notti veneziane” delle Giornate degli Autori" alla 79° Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, uscito a novembre. E proprio a Messina verrà replicato oggi al cinema Iris. Come nasce questo progetto?
«Con Valentina Bertani e Emanuele Milasi avevamo appena finito di lavorare a un documentario su un album di Ligabue, quando la regista ci ha raccontato di questi gemelli che aveva visto per strada, sui Navigli. Ci ha chiesto se ci andava di conoscerli, e così siamo andati a trovarli. Non è stato un bel primo incontro, i ragazzi erano molto sulle loro, ma abbiamo intravisto la possibilità di una storia. Alla squadra si è unita Irene Pollini Giolai,e così è iniziato un viaggio lungo 5 anni in cui ci siamo scelti, siamo cresciuti, e il nostro film con noi. Abbiamo inventato un metodo: “La Timidezza delle Chiome” è un film che slitta tra il documentario e la finzione, lo abbiamo scritto mentre lo facevamo. I protagonisti ci hanno affidato la loro storia e sono autori tanto quanto lo siamo noi».

Cosa ci insegnano i protagonisti?

«A diffidare di tutti i luoghi comuni. E che ognuno di noi ha un potenziale inespresso che può portarci molto lontano, anche quando tutto e tutti sembrano dirci il contrario. Finora abbiamo raccontato le storie da un punto di vista unico, che appartiene a chi ha avuto il potere di raccontare (tranne rare eccezioni, direi maschi bianchi etero abili). Adesso siamo in un momento storico in cui possiamo accogliere e amplificare nuovi punti di vista, passando il microfono a chi fino a questo momento non ha avuto una voce».

Il tuo cammino è assai ricco.  Milano è la città che ti ha adottato e qui prendono forma sceneggiature, documentari e lavori per il web.  Quali sono le creature a cui sei più affezionata e perché?

«Sono affezionata a tutto quello che ho fatto finora, non c’è una graduatoria. Mi sento responsabile delle storie che scrivo».
Secondo te perché abbiamo bisogno di storie e quali sono quelle che hanno più presa sulla gente?
«Fa parte della natura umana come mangiare, bere, dormire, fare l’amore. Le storie possono aiutarci a rielaborare un dolore, possono ispirarci o anche solo intrattenerci. Secondo me le migliori sono quelle che ci portano in luoghi in cui non sapevamo di voler andare. Il cinema è un rito collettivo meraviglioso, per questo invito tutte e tutti ad andare in sala, perché sedersi accanto a degli sconosciuti e guardare un film insieme è un’esperienza insostituibile».

Progetti futuri?

«Tanti! Sto lavorando a un lungometraggio di animazione dalla trama avventurosa. E sto scrivendo un film ambientato nella Sicilia degli anni ’70».

Che consiglio ti senti di dare ai giovani che inseguono un sogno?

«Mai autoescludersi. E fare sempre il “backup” della propria vita».

 

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