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La declinazione che divide sulla strada dell'emancipazione femminile

Da tempo immemore, siamo stati abituati a “Signore e signori”: una formula tanto gentile quanto cortese fatta propria da tutti i presentatori radiotelevisivi, in primis. Tutto normale, prassi assolutamente accettata dall’opinione pubblica. Piena sintonia, nessuna “distonia”. Poi, i mutamenti della società, con la piena emancipazione della donna e la sua sempre più frequente presenza in posti chiave e apicali, soprattutto lavorativi, ha suggerito – attenzione, non imposto – un’evoluzione anche del linguaggio. Così, ad esempio, nel 2016, Virginia Raggi ha sdoganato certe consuetudini esclusivamente maschili e si è definita sindaca di Roma. Ma ancor prima, il dibattito in Italia sulla declinazione al femminile di termini prettamente politici, compreso il binomio tra ministro e ministra, era stato avviato. Correva infatti l’anno 1986 quando il Poligrafico dello Stato, all’epoca del Governo guidato da Bettino Craxi, pubblicò le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”. Da allora, ne è passata acqua sotto i ponti, finché termini ritenuti desueti sono entrati a pieno titolo nel lessico e nella grammatica nostrana. E oggi per la parola “sindaca” non vale certo la scusa «però, suona male». Perché anche se apparentemente semplice, ad essa si accompagna un mondo di preziosi valori e sacrosanti diritti. Il significante diventa quindi significato, la forma si trasforma in sostanza. Eppure, molte amministratrici (sì, amministratrici) del bene pubblico non badano a ciò, anzi: preferiscono, se non addirittura pretendono, di essere chiamate sindaco, assessore, deputato, in quanto, a loro parere, «conta più cosa si è e cosa si fa davvero». Un’impostazione che sembra peraltro risentire della corrente politica di appartenenza, con il centrodestra arroccato su vecchi cliché linguistici e il centrosinistra più aperto a scutare nuovi orizzonti. Chiosa finale: alla sindaca di Cesarò, Katia Ceraldi, abbiamo detto: «Guardi che tra cinque anni al massimo, pure lei converrà sull’importanza di un linguaggio più inclusivo e magari cambierà la targhetta sulla porta della sua stanza». Replica glissante: «Vediamo intanto se sarò rieletta». Questo sì, al femminile.

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1 Commento

Franco

26/01/2025 14:07

Le donne intelligenti, istruite-colte e sicure di sé, si fanno chiamare: sindaco, presidente, direttore, ecc. Perché sanno benissimo che nella lingua Italiana, il ruolo è quasi sempre maschile. Questo ovviamente non significa che quel ruolo, non possa essere ricoperto egregiamente da una donna, a volte, anche meglio di un uomo. Ma in nome del politicamente corretto, si cerca di stuprare la lingua italiana (la presidente, è evidentemente cacofonico e sgrammaticato; è come se dicessi il levatrice, che è un nome appunto femminile; la notaia, è poi qualcosa che istiga alla disperazione, ma non disperiamo... prima o poi quest'epoca incentrata sul politicamente corretto, dovrà finire). Piaccia o meno, la dicitura corretta è: Signor Presidente Giorgia Meloni (attualmente). Dal nome di battesimo, si evince il genere! Pardon, non si può più dire "nome di battesimo", perché è discriminante, non siamo tutti battezzati! Tra poco veramente, per i morti, dovremo dire "diversamente vivi".

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