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IN QUATTRO SECOLI

Da Messina a New York: il viaggio del Rembrandt che non tornò più

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Da Amsterdam a Messina. E poi da Messina a Napoli, quindi a Londra e a Parigi, per approdare negli Stati Uniti, a New York. È il viaggio compiuto nel corso di quasi quattro secoli da “Aristotele guarda il busto di Omero”, il capolavoro che Rembrandt dipinse nel 1653 su commissione di Antonio Ruffo, principe della Scaletta e della Floresta, che lo espose in bella evidenza nella sua famosa galleria d’opere d’arte del magnifico palazzo realizzato nella scenografica Palazzata a Messina. Ed è il viaggio che fecero tante altre opere di questa prestigiosa galleria nel corso del tempo lasciando Messina per raggiungere le collezioni o i Musei di mezzo mondo. Di molti dei dipinti si sono però perse le tracce e altri sono rimasti distrutti nell’incendio del 1848 della villa dei Ruffo a Gazzi, come sappiamo leggendo il libro di Maria Concetta Calabrese, “L’epopea dei Ruffo”.

Antonio Ruffo amava Rembrandt, «pittore olandese stimatissimo e raro», sottolineava l’aristocratico intenditore d’arte. Per questo gli commissionò un quadro, “Aristotele guarda il busto di Omero”, che arrivò a Messina nel 1654 e per il quale pagò 500 fiorini. A fare da mediatore un certo Cornelis Eysbert van Goor. Il quadro partì dall’isola di Texel per approdare, a bordo del veliero “Bartholomeus”, a Napoli, per essere quindi trasferito a Messina ed entrare ad arricchire la prestigiosa collezione di don Antonio. A insistere perché Ruffo acquistasse il Rembrandt pare sia stato Abraham Casembrot, anch’egli fiammingo, ma messinese d’adozione. Di Rembrandt, in particolare, la collezione si arricchì di altre due tele, “L’Omero cieco” e “Alessandro il Grande”.

Alla morte di don Antonio buona parte dei suoi beni, compresa la Galleria, in particolare i 100 quadri della primogenitura, andarono al suo erede diretto, Placido, quindi ad Antonio iuniore, a Calogero, poi allo zio Giovanni Ruffo La Rocca, ad Antonio Ruffo Migliorino, a Giovanni Ruffo Villadicani, che ebbe il possesso del Palazzo al Regio Campo e parte dei dipinti della galleria fino al terremoto del 1783. Un documento, pubblicato dalla studiosa Rosanna De Gennaro, ci informa che si salvarono 112 dipinti che il principe Giovanni mise al riparo a Scaletta. Tra questi quadri c’erano anche i tre Rembrandt. A Giovanni Ruffo Villadicani successe Antonio Ruffo Carafa, che portò con sé a Napoli una parte delle opere. Il mercante inglese Vaughan mise le mani sui quadri più importanti di quella collezione. Ne comprò ben sette, tra cui i tre Rembrandt. Il 17 febbraio 1810, giorno in cui il quadro di Rembrandt venne battuto all’asta da Christie's e comprato da un certo Barnett, fu la data che innescò una vera e propria girandola di vendite. Fino al momento in cui il Rembrandt arrivò nelle mani di Joseph Duveen, definito «il più spettacolare mercante d’arte di tutti i tempi». Duveen vendette il quadro di “Aristotele guarda il busto di Omero” a Alfred W. Erickson, a New York, per 750 mila dollari. Il dipinto rimase nella disponibilità della famiglia Erickson fino al 1961, quando venne messo all’asta da Parke-Bernet e venduto per 2 milioni e 300 mila dollari al Metropolitan Museum of Art. Un prezzo mai pagato fino ad allora per un dipinto. Da Messina a New York… senza ritorno!

Don Antonio Ruffoun grande mecenate

Ruffo seppe mettere a frutto, per arricchire la sua quadreria, le opportunità offerte dai buoni rapporti commerciali e culturali che esistevano tra la Sicilia e i paesi del Nord Europa, tra cui appunto i Paesi Bassi. Per comprendere bene di cosa parliamo bisogna ricordare che tra il 1646 e il 1678 il mecenate messinese vantava una collezione di ben 364 quadri di artisti contemporanei. Don Antonio scriveva direttamente agli artisti, dava indicazioni, giudizi, chiedeva spiegazioni, comparava i prezzi. Nelle sale del suo sontuoso palazzo erano appesi alle pareti opere di pittori come il Guercino, lo Spagnoletto, Rembrandt, Van Dyck, Guido Reni, Tiziano, Poussin, Brueghel, Mattia Preti, Artemisia Gentileschi, Salvator Rosa, Casembrot.

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