Domenica, 27 Settembre 2020
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L'INTERVISTA

"Saper rinascere per non invecchiare mai", Milena Vukotic e l’incontro con Fellini

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“La strada” le ha indicato la strada. È Milena Vukotic. Sottile, appuntita, di quei tratti che incidono il quadro. Il sorriso che fa le fusa all’incanto, quel particolare movimento del collo che si accoccola nelle sue consapevolezze. Il trucco, senza inganno. Ottantaquattro elegantissimi anni, gli ultimi sessanta passati tra cinema (quasi cento titoli), teatro (più di quaranta produzioni) e tv.

Una, nessuna e centomila donne. La segretaria dell’esordio ne “Il sicario” di Damiani (1960). La madre di ruolo, madre senza figli suoi, figlia lei stessa di una madre (la famosa pianista Marta Nervi) che per lei è stata «l’incontro della vita». E moglie, da diciassette anni dello storico del cinema Alfredo Baldi, appartamenti separati ma uniti da un balcone, perché «ci siamo incontrati in un momento della vita in cui avevamo già le nostre abitudini, così è civile… lo consiglio!».

Anche se nell’immaginario collettivo rimane l’umile, accondiscendente signora Pina Fantozzi che insieme a Villaggio ha formato quella coppia di “mostri” leggendaria e nazionale o Enrica, la borghese “Signora Banfi” di “Un medico in famiglia”. I suoi ruoli più longevi ed iconici.

Milena la caratterista. Prostituta, dama, sorella, ancella. Modella per Playboy. L’apparizione felliniana di Giulietta degli Spiriti, l'infiltrata speciale nelle trame di Strehler, Wertmuller, Risi, Scola, Zeffirelli, Bertolucci, di don Luis Buñuel, Monicelli, Bolognini, Verdone, Ozpetek…

Milena la protagonista. De "L'amore nonostante tutto", l'unico episodio italiano di una produzione internazionale guidata dalla Stemo Production di Claudio Bucci che tra Austria, Inghilterra e Russia (Paesi in cui il film sarà poi distribuito) comporrà “Selfiemania”: un lungometraggio in cinque “puntate” sull’uso disfunzionale dei social, tradotto in vizi capitali.

Si gira in questi giorni a Santo Stefano di Camastra, la città delle ceramiche che ha conquistato Elisabetta Pellini (regista, co-sceneggiatrice con Giancarlo Scarchilli e ideatrice dell’intero soggetto, Blasco Giurato sarà direttore della fotografia, scenografie di Beppe Mangano, Marco Spoletini al montaggio).

La Vukotic interpreterà Letizia, moglie di Alfonso (Andrea Roncato) e blogger “tossica” di cucina, nella sua lotta interiore tra avarizia e dipendenza, superbia e amore.

Tornare al cinema era il suo sogno.

«È sempre vero, sempre più vero».

Che carattere avrà “nonna Letizia”?

«Il contrario del mio! Lei finge… o forse no. È esaltata, il che la rende a suo modo spiritosa, vive in funzione del selfie, dell’accumulo di followers per legittimare la sua frustrazione, per lasciare un segno nel mondo».

Compensazione più che esibizione…

«Seduzione che, chi più chi meno, ci attrae tutti. Il personaggio viaggerà nel suo surreale, forse continuerà a sbattere contro il muro del niente, magari cambierà. Sicuro sarà illuminante passarle attraverso per capire come questo modo di iper-non-comunicazione in realtà ci separi dalla dimensione umana. In fondo è questione di misura il confine tra vizio e virtù».

In principio fu la danza.

«Vivevo a Parigi, ballavo da professionista (scuola dell’Opèra, compagnia di Roland Petit, poi in quella del Marchese de Cuevas, che accolse Nureyev dopo la fuga in occidente). Incrociai il cinema di Fellini per caso, se davvero esiste. “La strada" mi capovolse la vita, il bisogno di sentirmi dentro a quel mondo mi ha spinta a lasciare molto per scommettere su tutto. Decisi di rientrare in Italia, a Roma ci sono nata, mia madre continuava ad abitare lì e io sono rimasta con lei finché ha vissuto».

Qual è il segreto dei suoi occhi?

«L’ironia con cui mi rivolgo alla vita, immagino. Sapere o imparare a ridere di quello che facciamo è vitale. In fondo il nostro è un grande gioco, che ci porta fino agli accessi, al grottesco. Alla grande meraviglia che nasce dalla creatività».

Il suo sguardo sul futuro?

«Tutti i giorni mi pongo limiti, mi impongo ragionamenti che poi puntualmente supero o riconsidero. Quello che so è che siamo fortunati a fare quello che facciamo, qualunque cosa costi. Che il tempo che passa è un indicatore relativo, di perdita come di acquisto. Che a rinascere sempre non si invecchia mai».

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