Martedì, 27 Settembre 2022
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COLD CASE

Barcellona, omicidio Rizzotti e lupara bianca: dopo 32 anni arrestati i due presunti killer

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Trentadue anni fa a Barcellona Pozzo di Gotto una guerra di mafia tra i vecchi esponenti della “famiglia” e il gruppo dei “chiofaliani” sporcava di sangue quasi ogni angolo di strada. Oltre agli omicidi eclatanti, quelli inscenati davanti ai bar o nelle vie del centro, c’era la variante silenziosa della lupara bianca che spazzava via dagli affetti e dalla memoria collettiva soprattutto ragazzi alle prime armi, e spesso senza alcuna “colpa” apparente. Dal 1986 fino ai nostri giorni se ne contano a Barcellona oltre una trentina di casi.
Sebastiano Rizzotti aveva ventidue anni quando venne inghiottito nel buio su decisione della vecchia famiglia mafiosa, ed era incensurato. Probabilmente non c’entrava nulla con certe dinamiche. Di lui non si seppe più nulla dall’8 aprile del 1990, era la domenica delle Palme, e l’unica che ogni giorno si ricordava di quel ragazzo era la madre, che nel 2011 scrisse perfino in Procura nel tentativo di smuovere le acque, righe piene di dolore e speranza. Nel gennaio del ’91 andò perfino in tv con il marito, parlò di suo figlio durante una puntata di “Chi l’ha visto”, all’epoca la trasmissione era condotta da Donatella Raffai. Non s’è mai rassegnata.
Adesso, a ben 32 anni di distanza, anche se il corpo non è stato mai ritrovato, la riapertura da parte della Procura di Messina retta da Maurizio de Lucia di quello che a tutti gli effetti è un classico “cold case”, ha consentito ai carabinieri del Ros di tracciare un quadro di presunta colpevolezza, suffragato ora da un’ordinanza di custodia del gip Tiziana Leanza, che ha portato nella notte scorsa a due arresti. Si tratta di due barcellonesi accusati di omicidio premeditato per la morte di Rizzotti. Sono il 51enne Domenico Abbate e il 52enne Renzo Messina, nei confronti dei quali il gip ha disposto il carcere. Sono assistiti dagli avvocati Giuseppe Lo Presti e Giuseppe Cicciari.

Non ci sono soltanto le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia a suffragare le accuse, ma una serie di riscontri effettuati in questi anni dai carabinieri del Ros, dopo l’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio con i colleghi della Dda Fabrizio Monaco e Francesco Massara.
«Nell’esplicitare le ragioni sottese a siffatta determinazione - ha scritto il gip nella sua ordinanza di custodia -, già di per sé assume valore dirimente il carattere di estrema gravità del fatto di reato loro contestato, ovvero il concorso in un omicidio eseguito con modalità tipicamente mafiose, secondo lo schema della “lupara bianca”. Tale condotta delittuosa, per sua natura atta a destare peculiare allarme sociale, è resa viepiù censurabile alla spietatezza con cui l’azione è stata posta in essere. Gli indagati, infatti, per dare esecuzione a una vera e propria “sentenza di morte” decretata ai danni di Rizzotti Sebastiano da soggetti allo stato non identificati (ma ragionevolmente individuabili nei maggiorenti della cosca mafiosa dei “barcellonesi”, per come indicato dai collaboratori di giustizia), non si sono fatti alcuna remora a sfruttare il rapporto di amicizia che li legava alla vittima predestinata per carpirne la fiducia e tendergli una fatale trappola. Tale modo di condursi, nel dare conto della spregiudicatezza che ha animato l’agire dell’Abbate e del Messina e denotare un’allarmante professionalità delinquenziale, vale a colorarne la personalità in termini inquietanti e negativi».
E il perché di quella lupara bianca lo hanno spiegato nell’indagine riaperta i pentiti Massimiliano Caliri e Carmelo D’Amico: il primo lo ha attribuito ad un furto di pneumatici che sarebbe stato commesso da Rizzotti ad un imprenditore che era “protetto” dai barcellonesi, il secondo alla presunta vicinanza del ventiduenne ai “chiofaliani”, la fazione capeggiata da Pino Chiofalo che in quegli anni voleva prendere il potere su Barcellona e dintorni ma quella guerra di mafia la perse contando decine di morti ammazzati tra capi e gregari.
«Nel narrato dei due collaboratori di giustizia - scrive il gip su questo punto -, parrebbe evidenziarsi una divergenza sul movente, che il D’Amico individua nell’appartenenza della vittima al gruppo chiofaliano e il Caliri nel furto ai danni del Venuto; si tratta, tuttavia, di motivazioni non in contrasto tra loro e non mutualmente escludenti, che potevano ben coesistere nel contesto mafioso del tempo che vedeva rivali due gruppi criminali che si contendevano lo stesso territorio». Nelle lettera che la madre scrisse nel 2011 in Procura per cercare in qualche modo suo figlio erano solo lacrime amare. Ora quella donna ha una presunta verità su cui aggrapparsi per cercare di sopravvivere al dolore.

 

 

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