Martedì, 11 Maggio 2021
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L'INCHIESTA

I dati falsi sul Covid in Sicilia: «C’è un problema grosso a Messina...». LE INTERCETTAZIONI

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Così le carte dell’inchiesta che ha travolto la sanità siciliana fanno emergere il “caos nel caos” sui numeri in riva allo Stretto. Dati comunicati con otto giorni di ritardo, nuovi positivi “spalmati”, contagi che spariscono. Indagato per falso anche Ferdinando Croce

«Ferdinando, c’è un problema grosso a Messina». Inizia così una telefonata tra la dirigente generale dell’Osservatorio epidemiologico dell’assessorato regionale alla Salute, Maria Letizia Di Liberti, ed il messinese Ferdinando Croce, capo di gabinetto vicario dell’assessore Razza. È una delle telefonate intercettate dagli inquirenti nell’operazione che sta sconvolgendo, in queste ore, i vertici della sanità siciliana. Un’inchiesta nella quale lo stesso Croce risulta iscritto nel registro degli indagati per falso ideologico in quanto, sostiene il gip, «risulta perfettamente consapevole del modo illecito di trattamento dei dati relativi alla pandemia ed interessato anch’egli ad alterarli ad arte per scopi politici». Più volte le intercettazioni chiamano in causa direttamente il caos nel caos in cui si è ritrovata, per mesi, la città di Messina. Un caos che emerge tutto dalle carte dell’inchiesta.

A Capodanno sono «troppi»

Il primo giallo viene fuori subito dopo Capodanno. Il 2 gennaio la Di Liberti è al telefono col nipote Salvatore Cusimano, dipendente della Regione e collaboratore della zia. Emerge subito che i dati di Messina (69 nuovi positivi) sono troppo bassi, anche perché ne mancano ancora 366 da caricare. «Non può essere – dice la dirigente –, sono troppo pochi... hanno sotto un paese, una cosa che ci fu... dove c’è stata una festa». «Sì, Capizzi, anche al telegiornale lo hanno detto», risponde Cusimano. «Eh appunto – ribatte la Di Liberti –, quindi come facciamo ad uscire con così pochi». Cusimano poco dopo insiste: «Il problema, Messina, è che noi non lo prendiamo da qualche giorno, capisci che succede? Io non so nei giorni precedenti cosa è successo, perché non lo prendiamo più da quando abbiamo iniziato Qualità Sicilia».

Poco più tardi si arriva al quadro completo, a Messina risultano 143 contagiati, 774 in tutta la Sicilia. «Mii... assai sono però così ora... su 5.000 tamponi», lamenta la Di Liberti, perché si supera il 15% nel rapporto positivi-tamponi. «No e allora quelli di Messina ce ne metti di meno – è la soluzione della dirigente –, non superiamo il 15 per ora, va!». Ad incidere, spiega Cusimano, sono «73 positivi di Barcellona», che però l’Asp non ha caricato sulla piattaforma. «Quindi che faccio... – chiede il nipote alla Di Liberti – ce li tolgo tutti? Se tu mi dici che ce li devo togliere, io al volo li cancello tutti». E la dirigente: «Dipende, se sono tre giorni... poi che fa, ne abbiamo 200 da caricare? Appena li carica su Qualità Sicilia, questo è il discorso». La soluzione proposta dalla Di Liberti è tranchant: «Ce ne togliamo 40». Risultato finale: quel giorno, in provincia di Messina, risulteranno 103 nuovi positivi, invece di 143.

La “spina” De Luca

L’8 gennaio viene captata una telefonata tra la Di Liberti e Ferdinando Croce. I numeri sono in aumento e c’è un’evidente preoccupazione, in assessorato. «Visto che c’è questa situazione di aumento di Messina – dice Croce – vorremmo bilanciare se c’è un buon dato sui guariti, cioè vorremmo dimostrare che anche se c’erano tanti contagi, c’erano anche tanti guariti». La domanda della Di Liberti è spiazzante: «... quello che mi interessa, determinati dati ti servono per migliorare, quindi far fare bella figura o ti servono per affossare La Paglia? Perché dipende da quello che devi fare capito?». Croce, che in realtà da questa intercettazione non sembra chiedere numeri “artefatti”, spiega che «no, serve per bilanciare le polemiche su De Luca, cioè quindi per fare bella figura, per far vedere che ci sono i guariti».

Quei dati in ritardo

Nello stesso giorno, circa un’ora dopo, la Di Liberti chiama nuovamente Croce: «Ferdinando – esordisce –, c’è un problema grosso a Messina». E il problema è che risultano più di 700 positivi, «tanto che io ho pensato – dice la dirigente – che ci possa essere stata una contaminazione del laboratorio», il riferimento è al laboratorio del Policlinico. Il dubbio su quel dato sorge anche a Ferdinando Croce: «Non è che sono tipo doppioni...». Poi lo stesso Croce fornisce un’altra chiave di lettura: «No, no, però aspetta, ascolta, sì sono tanti, ma secondo me non è che sono tutti, lo sai perché? Perché noi abbiamo fatto fare tutti in una volta quelli dal 30 dicembre a ora, perché abbiamo avuto un sovraccarico con il drive-in del gasometro, della Caronte. Quindi è possibile che sia questo il numero, ma è spalmato su 8 giorni». In sostanza, in un giorno solo erano arrivati i dati relativi a otto giorni. Un dato che evidenzia le enormi discrasie (riscontrate, del resto, anche dagli ispettori inviati dalla Regione all’Asp di Messina e che sono state tra le cause della sospensione del dg La Paglia) emerse nella rilevazione dei dati in riva allo Stretto. Tant’è che il 15 gennaio la “Gazzetta” titolava: “In una settimana tremila casi in più”. Oggi è evidente ciò che già allora era un sospetto: quei tremila nuovi casi erano la somma di contagi rilevati con enorme ritardo nelle piattaforme ufficiali.

«Lo capisci ora cosa significa questo? Che è spalmato su 8 giorni, se li davano ogni giorno ogni giorno...», osserva quasi sconfortata la Di Liberti. «Certo, era più facile», concorda Croce. Risultato finale: nel bollettino dell’8 gennaio i 761 nuovi casi riferiti dall’Asp di Messina (relativi, però, alla somma di 8 giorni di tamponi) diventano 361. «Li ho levati perché ho considerato che sono di sette giorni e glieli spalmo», spiegherà la Di Liberti al telefono con un’altra persona.

«Positivi mai comunicati!»

Illuminante, sulla gestione dei dati della pandemia in Sicilia e a Messina, è un’altra conversazione, avvenuta il 29 novembre, sempre tra la Di Liberti e un altro indagato, Emilio Madonia. I due commentano i ritardi nelle comunicazioni giunte da Catania e Messina. «Su Catania... è impossibile 1.660», osserva la Di Liberti. «Eh... ma c’è il problema del Garibaldi... ne hanno mandati qualche 500 che non avevano mai mandato!», risponde Madonia. Che aggiunge poi: «Ci sono dei... un sacco di positivi che non hanno mai comunicato... questi qua!». E la Di Liberti: «Messina, ad esempio... ne ha 662 da caricare!». Intercettazioni su intercettazioni che, per dirla con le parole del gip, «danno l’idea dell’assoluto caos e della totale inattendibilità dei dati trasmessi, che sembrano estratti a sorte...».

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