Venerdì, 30 Settembre 2022
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IL COMMENTO

I nostri dieci martiri della mafia nel Messinese

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Dietro quei nomi gridati nelle piazze inzuppate di pioggia ieri c’erano i nostri morti ammazzati da tutte le mafie. Sono oltre mille le lapidi amare disseminate in Sicilia e in Italia, vittime innocenti ed eroi riconosciuti, e pure chi era caduto nell’oblio della memoria ed è stato ritrovato.

I numeri di questa guerra ultracentenaria e non dichiarata, di questo reticolo di filo spinato sporco di sangue che avvolge la Sicilia e l’Italia, messi in fila da Libera in questi anni e evocati ogni anno il 21 marzo sono impressionanti: 1031 in tutta Italia, 113 sono i ragazzini e 93 le donne. Nella sola Sicilia sono 445, 412 uomini e 33 donne, 37 sotto i 17 anni, 94 tra i 18 e i 30 anni. Un rosario di lutti, alcuni molto lontani nel tempo, che costituiscono la nostra più grande ferita, ancora aperta.

A Messina e nella sua provincia Libera ne ha censiti dieci. Sono Beppe Alfano, Domenico Pandolfo, Anna Cambria, Graziella Campagna, Ignazio Aloisi, Giuseppe Sottile, Attilio Manca, Antonio Mazza, Nino D’Uva, Elisa Geraci. E probabilmente ce ne saranno altri ormai dimenticati.

Ed è altrettanto vero che il fenomeno criminale di Messina e della sua provincia sin dagli anni ’70 ha subito una sottovalutazione della sua progressione, e anche beneficiato nella prima fase di una scarsa capacità di reazione da parte degli apparati giudiziari e investigativi dello Stato, per una visione prettamente “palermocentrica” dell’esistenza di Cosa nostra. Quando non è stato foraggiato da connivenze e marciume di una parte corrotta dello Stato. Ed è anche indubbio che il primo grande maxiprocesso ai clan peloritani della nostra storia giudiziaria abbia partorito una sentenza a dir poco scandalosa rispetto al quadro probatorio emerso nel corso del dibattimento, non fotografando affatto con le condanne quanto già esisteva e proliferava: il crimine organizzato.

Queste digressioni servono per capire come da quella sottovaluzione si sia poi arrivati al periodo nefasto degli anni ’80-’90 e alla progressione impressionante di Cosa nostra barcellonese sul versante tirrenico.

L’avvocato Nino D’Uva fu ammazzato nel 1986 durante le fasi del primo maxiprocesso alla mafia messinese. E fu la mafia messinese a ucciderlo, per intimidire i giudici che dovevano emettere la sentenza.

Beppe Alfano era un cronista, uno degli otto giornalisti ammazzati da Cosa nostra in Sicilia. Graziella Campagna aveva 17 anni quando venne sequestrata e ammazzata a colpi di lupara sui Colli Sarrizzo. Anna Cambria fu il bersaglio dei killer che volevano colpire Francesco Alioto a Milazzo. Giuseppe Sottile morì al posto del padre in una strada secondaria di Milazzo. Ignazio Aloisi, guardia giurata di 44 anni, venne ucciso con tre colpi di pistola a Messina. Attilio Manca, brillante urologo barcellonese, fu “suicidato” nel suo appartamento di Viterbo, città dove lavorava come medico. Domenico Nicolò Pandolfo, messinese, primario di Neurochirurgia ai “Riuniti” di Reggio Calabria, fu freddato a Locri con 7 pallottole. Elisa Geraci aveva 17 anni. Venne ferita casualmente in un agguato di mafia il 7 gennaio del 1981 sul vale Giostra. Morì dopo alcuni giorni d’agonia il successivo 11 gennaio. Antonino “Tony” Mazza era tra l’altro editore dell’emittente “Tele News” di Barcellona. Venne ucciso nella sua villa estiva di Giammoro mentre giocava a poker con due amici la sera del 30 luglio 1993. “Tele News” era la tv privata dove collaborava anche Beppe Alfano.

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