Domenica, 19 Gennaio 2020
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LE INDAGINI

Fabbrica esplosa a Barcellona, svolta nell'inchiesta: c’è un terzo indagato

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Clamorosa svolta nelle indagini per l'esplosione della fabbrica di giochi pirotecnici di contrada Femminamorta a Barcellona Pozzo di Gotto, che lo scorso 20 novembre ha provocato la tragica morte di cinque persone ed il ferimento in maniera grave di altre due vittime scampate agli effetti disastrosi della deflagrazione.

Salgono a tre, a poco più di un mese dalla tragedia, il numero delle persone indagate per omicidio colposo plurimo e per l'incendio tra le cui fiamme sono morti Venera Mazzeo, moglie del titolare della fabbrica di fuochi artificiali, e gli operai della ditta che stava installando grate a finestre e porte delle casermette in cui erano depositate polvere esplosiva e materiale pirotecnico, Mohamed Taeher Mannai di origine tunisina, ed i barcellonesi Vito Mazzeo, Giovanni Testaverde e Fortunato Porcino.

La Procura di Barcellona, diretta dal procuratore Emanuele Crescenti, ha infatti iscritto nel registro degli indagati Antonino Bagnato, 37 anni, figlio del titolare dell'impresa che stava effettuando lavori di adeguamento della fabbrica di proprietà della famiglia Costa. Il nome di Antonino Bagnato, scampato agli effetti devastanti dell'esplosione che ha seminato morte, si aggiunge a quello degli altri due indagati, già noti, Vito Costa, 72 anni, titolare della fabbrica distrutta dalla deflagrazione e Corrado Bagnato, 64 anni titolare della ditta che stava eseguendo dei lavori di messa in sicurezza nella fabbrica.

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Il nome del nuovo indagato Antonino Bagnato è già noto ai lettori perché lo stesso, dal letto dell'ospedale, aveva raccontato raccontato una versione diversa da quella ipotizzata fin dai primi istanti da investigatori ed inquirenti circa la causa che ha innescato l'esplosione affermando che i lavori erano già stati ultimati e che lui e gli operai stavano raccogliendo gli attrezzi per lasciare la fabbrica.

Una ipotesi questa opposta a quella che avevano tracciato gli inquirenti per i quali a causare lo scoppio della polvere pirica potrebbe essere stata una saldatrice o una smerigliatrice con relativo disco (un flex) in azione. Versione questa che non reggerebbe ai riscontri effettuati da carabinieri e magistrati al punto da far scattare l'iscrizione nel registro degli indagati del figlio del titolare della ditta che aveva effettuato i lavori nella fabbrica saltata in aria.

Il pubblico ministero Rita Barbieri, a cui è stata delegato il proseguo dell'inchiesta, ha ritenuto la necessità di procedere ad accertamenti tecnici non ripetibili ed in particolare di sottoporre ad accertamenti tecnici chimici e biologici il materiale sottoposto a sequestro dai carabinieri del Ris di Messina successivamente alla tragedia, nella mattinata del 27 novembre scorso. E ciò al fine di ricostruire la dinamica dei fatti e compiere accertamenti tecnici utili ai fini dell'indagine. Si tratta di parti di una saldatrice e di una smerigliatrice con relativi frammenti di disco (flex) sequestrati a seguito di rinvenimento nei pressi delle “casermette 7 e 8”. Gli stessi carabinieri del Ris hanno comunicato al magistrato inquirente che le operazioni di accertamento tecnico sugli oggetti sequestrati avranno inizio il 9 gennaio alle 9 nei laboratori dello stesso Ris a Messina. In quella sede avverrà l'apertura dei plichi e la costatazione dei reperti contenuti. Da quel momento proseguiranno senza soluzione di continuità gli accertamenti peritali.

I difensori degli imputati sono gli avvocati Diego Lanza e Salvatore Caravello per il titolare della ditta che fabbricava fuochi artificiali Vito Costa; l'avvocato Giovanni Pino per Corrado Bagnato proprietario dell'omonima impresa edile che stava realizzando interventi e l'avvocato Tommaso Calderone per Antonino Bagnato figlio del titolare e dipendente della stessa.

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