Mercoledì, 29 Gennaio 2020
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Gli affari del clan Romeo a Messina, sei avvisi di garanzia

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Il tribunale di Messina

L’inchiesta “Beta 2”, sugli affari a tutto campo del gruppo Romeo-Santapaola, che operava in città quale costola di Cosa nostra etnea prima che i carabinieri lo dissolvessero, tocca un’altra importante tappa.

La Dda ha concluso le indagini preliminari e notificato le relative informazioni di garanzia a sei persone. L’atto siglato dai sostituti procuratori Maria Pellegrino, Liliana Todaro, Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti riguarda uno stralcio ed ha come destinatari Sergio Chillè, 43 anni, nato a Messina; Vincenzo Romeo, 39 anni, nato a Messina; Biagio Grasso, 46 anni, nato a Milazzo; Nunzio Laganà, messinese di 43 anni; Michele Spina, 46 anni, originario di Acireale; Maurizio Romeo, 38 anni, di Messina.

Sono difesi dagli avvocati Vincenzo ed Enrico Trantino, Antonello Scordo, Angelo Secreto, Monica Genovese, Angelo Colosi, Pier Francesco Continella, Nino Cacia e Tancredi Traclò.

Queste le contestazioni formulate in due capi d’imputazione: Chillè, Vincenzo Romeo, Grasso, Laganà e Spina devono rispondere di traffico di influenze illecite con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di «agevolare le attività dell’associazione mafiosa Romeo-Santapaola».

Nello specifico, Sergio Chillè, dipendente della Camera dei deputati, «sfruttando relazioni» con «funzionari della società Invitalia», si sarebbe fatto «promettere» da Grasso, Laganà e Vincenzo Romeo, con l’intermediazione di Spina, «la dazione di 20mila euro a titolo di acconto (di cui effettivamente 5mila consegnati da Biagio Grasso) su una tangente che avrebbe dovuto essere corrisposta al predetto funzionario» per inserire un progetto contro la ludopatia, ideato da Laganà e finanziato da questi e da Vincenzo Romeo, «in posizione utile in graduatoria per la erogazione di un finanziamento di circa 800mila euro, di cui il 49%-50% a fondo perduto, per la partecipazione al bando».

L’altra accusa, estorsione aggravata dal metodo mafioso, è mossa a Vincenzo e Maurizio Romeo, i quali, per recuperare da Grasso ingenti somme di denaro investite in operazioni immobiliari, avrebbero costretto l’imprenditore milazzese «a cedere» la quota societaria che la società Caramel srl deteneva nella P&F srl, per un valore di 220mila euro.

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