Mercoledì, 19 Settembre 2018
MESSINA

Lineamenti da bambina
e quel look da ribelle

ilaria boemi, Messina, Archivio

 Minuta, una cresta in stile moicano, il viso ingioiellato da piercing d’acciaio: Ilaria aveva lineamenti da bimba e look da ribelle. Tra tutte le foto che condivideva sui social network, non ce n’è neanche una in cui sorrideva. Eppure Deise, una delle sue amiche, la descrive come una persona solare e piena di voglia di vivere, «un’amica con cui potersi confidare, sempre disponibile per tutti e molto matura per la sua età». Le due ragazze condividevano la passione per l’hip hop e la bacheca Facebook di Ilaria era un collage musicale e cinematografico a tinte fosche, un’enciclopedia di citazioni scelte, intime e taglienti, un giustapporsi di stili e generi, che la giovane usava per far riecheggiare le sue emozioni. Nel suo account più aggiornato, Ilaria aveva più di mille duecento “amici” e foto espressive di primi piani, a tratti caravaggeschi, che raccoglievano decine di “like”. Quella che usava come immagine del profilo la ritraeva con una nuvola di fumo che le usciva dalle labbra socchiuse, gli occhi bassi, l’aria seria e i capelli sempre cortissimi. Per lo sfondo della pagina aveva scelto un fotogramma sfocato tratto dalla controversa serie tv americana Breaking Bad. Nei suoi post Ilaria scriveva “Io non avrò mai i capelli lunghi”e si ribellava agli stereotipi “gen - der”. Si interrogava su cosa volesse dire essere donna o uomo, faceva suoi i pensieri dello scrittore Elias Canetti e la celebre frase pronunciata da Morgan Freeman nelle vesti del disilluso poliziotto William Somerset, in Seven: «Ernest Hemingway disse: Il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso. Condivido la seconda parte». Condivideva canzoni rap scritte da musicisti poco più grandi di lei ma anche le melodie malinconiche dei Nirvana e di Bon Iver. Il 20 aprile pubblicava una frase del duo di Palermo Stokka&MadBuddy, «Il buio è più denso ed io non riesco a trovarci un senso». Spesso si affidava ai pensieri del rapper romano Mostro: «Siamo nati per morire, con un urlo dentro che nessuno può sentire» o «Quanti errori ho commesso? Mi sento il re di tutti voi, ma sono lo schiavo di me stesso». Oggi di lei restano i ricordi delle persone che l’hanno conosciuta e queste tracce digitali, come le foto che ieri decine di persone hanno condiviso. Tra loro, la sorella maggiore Samanta, che ha scelto proprio Facebook per pubblicare un’immagine di loro bambine, accompagnata a uno sfogo, un’auto accusa: «…I primi bagnetti insieme, i primi giochi insieme, le prime risate insieme, le prime litigate insieme e a volte anche qualche bastonata. Poi crescendo le nostre strade si sono divise e tu non eri più la stessa, solo dio sa quante volte mi facevo il sangue amaro a vederti con un piercing nuovo o con un nuovo colore di capelli ma allo stesso tempo rivedevo nei tuoi occhi la stessa bambina di un tempo desiderosa di affetto e di una mano di aiuto ed io non potró mai perdonarmi di non essere stata in grado di farlo…». Sulla stessa piattaforma, Lucia la definisce «una ragazzina sensibile in lotta con una società sbagliata», l’amica Chiara «una ragazza strana, pazza, dolce e simpatica». E Alessia scrive: «Adesso il cielo splenderà di piu».

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