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Giuseppe Famularo "il siciliano": dirige il maestro stefanese che ha sostituito Riccardo Muti

Il suo nome è diventato "un nome". Da quando lui, Giuseppe Famularo - messinese di Santo Stefano di Camastra - è stato l'unico italiano alla corte dell'Italian Opera Academy del maestro Muti. "Arrivarci era il sogno di sempre, negli ultimi anni è diventato un obiettivo tenace. Riccardo Muti è il mio mito, ho presentato la mia candidatura credendoci, sperandoci. Prima riuscire ad ottenere l'audizione, poi entrare tra i 5 prescelti... tutto si è costruito pezzo su pezzo. Tutto si è avverato pezzo per pezzo, un sogno dal quale non mi sono ancora svegliato".

Il siciliano, così lo chiamava Muti. Anche per mettere l'accento sull'appartenenza a quel Sud che condividono. C'è comunanza nel fatto che chi vuole arrivare in alto deve andare fuori da questo Sud. Un viaggio che "serve a prendersi gli spazi, ad avere altre occasioni". Ma anche un distacco che un musicista, un artista si porta per sempre nella sua opera. "Quell'affezione verso la terra di partenza che trasuda dalle interpretazioni, quel modo unico di vedere e sentire, di concepire e partorire che appartiene a questa parte di mondo come fosse una marca”.

E tra tutte le consapevolezze che essere la scelta di Muti ha innescato, probabilmente le maggiori le ha acquisite lui stesso, Giuseppe stesso, su se stesso. In fondo quelli così "sono momenti, conferme che ciò che hai fatto finora è quello che c'era da fare. La consapevolezza chi arriva lì ce l'ha già. Ma il fatto di riuscire, di viversi completamente la grandezza di quella prima conquista, di quella affermazione, senza che il peso delle aspettative se la porti via, è quella la vera sfida”.

Tutti di scuole diverse, con modi di approcciare la musica diversi i cinque direttori scelti per l’Academy. Ma, trattandosi di opera italiana, "io ero quello più avvantaggiato, nell'opera ci sono cresciuto, in questo modo di intendere il respiro, il canto che per chi viene da fuori non è così scontato”.

Quello che non potevate aspettarvi è che il maestro Muti si beccasse la polmonite e che toccasse a voi dirigere il suo tour del Nabucco anche a Rimini e Ravenna...
“Un sogno nel sogno, una telefonata di quelle che cambiano la vita. Grande onore e responsabilità. Nabucco, Verdi, ma è innegabile che quando dirige il maestro Muti in moltissimi vadano per ascoltare e vedere il maestro Muti dirigere. La stessa gente che, senza di lui, anziché chiedere il rimborso ha riempito il teatro. E questo dà la misura, restituisce un compenso. L'affetto che tutti riversano su Muti, riflesso sui suoi allievi".

Qualche anno fa un'altra telefonata

“La direzione d'orchestra l'ho sempre tenuta in mente, in caldo. Un giorno, per caso, mi venne proposto di dirigere Cavalleria Rusticana a Santo Stefano (la prima delle due, l'altra è stata Tosca). Un'altra telefonata e di nuovo tutto ciò che non mi sarei mai aspettato si stava realizzando. Mi sono confrontato, ho capito che era il momento perfetto per cominciare a percorrere quella strada già tracciata dentro di me. E' stato anche istinto, quelle cose che sai senza sapere come le sai. Le senti e basta”.

Giuseppe Famularo in principio fu un bambino al quale venne suggerita la musica...
Ci sono cresciuto, è arrivata da dentro. Coi miei genitori si cantava sempre, il coro dei bimbi della parrocchia, la banda, il solfeggio, l'oboe. Poi durante un saggio l'ho visto, il pianoforte. E sono stato suo. Il pianoforte è sempre con me. Ogni volta che prendo una partitura, prima che dalla mente arrivi al braccio, passa sempre dalle mani. Lasciare che per mezzo di uno strumento ti passi dentro l'opera è una fortuna che noi pianisti abbiamo”.

E da seduto sullo sgabello ti sei trovato in piedi su un podio. Cambia la posizione, cambia pure la prospettiva...
"E la responsabilità. Da pianista badi a te stesso, da direttore hai tutta un'orchestra di cui occuparti, magari di cantanti, coro, di palco. Del lavoro che c’è dietro. Perché tu che dirigi sei privilegiato, stai lì, più in alto di tutti, ma puoi starci solo se intorno tutto funziona".

Macbeth alla Prima della Scala, applausi e polemiche. Rendere contemporanei i classici è necessità o tradimento?
"E’ un’operazione affascinante, purché si rispetti l’autore, il compositore, il librettista… tutte le parti. Se invece che in un castello sei tra i grattacieli e ci stai altrettanto bene, sia. Il bello per ciascuno ha un sapore diverso, importante gustarlo".

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