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Domenico Pino dal British Museum a Dallas. In viaggio con Messina nel cuore

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Il suo è un percorso strabiliante che non smette di arricchirsi di novità. Il ventisettenne Domenico Pino, ex mauroliciano, dopo la maturità è volato in Inghilterra per studiare Storia dell’Arte alla University College di Londra. La ricerca è la sua grande passione e Zafferia, il suo paese di origine, lo ha omaggiato tributandogli il Premio Santa Sofia 2022 ricordando la sua avventura al British Museum e facendogli rievocare i passi fulgidi attuali nella bella Napoli.

Come e quando nasce la scelta di trasferirti a Londra?

«Appena ho capito che avrei voluto studiare Storia dell’Arte ho subito pensato a un’Università con una buona reputazione internazionale, consapevole delle difficoltà che molti studenti in materie umanistiche incontrano dopo la laurea. Per la mia materia, la “Ucl” rimane sempre nella top 3 delle Università in Europa, e nella top 10 nel mondo. In realtà nella top 7, ma scegliamo un numero tondo».

Quali sono state, se ci sono state, le prime difficoltà che hai avuto in terra inglese?

«La lingua naturalmente. Adattarmi alla scrittura accademica anglosassone è stato particolarmente impegnativo e ci sono voluti un paio di anni. A differenza dell’Italia, in Inghilterra la raffinatezza dello scrittore si vede dalla chiarezza e dalla semplicità dei costrutti, non dalla scelta di termini eruditi, quasi esoterici. E poi vivere fuori casa, le differenze culturali. Ma è così che si cresce».

Di cosa ti sei occupato al British Museum? Quanto è durata la tua esperienza lì? Cosa hai fatto dopo e di cosa ti occupi adesso?

«Sono stato nel dipartimento delle Stampe e dei Disegni del British Museum dal 2019. In un primo momento mi sono occupato della riorganizzazione della collezione di incisioni italiane dal XV al XVIII secolo, portando a termine un lungo progetto iniziato dal precedente direttore intorno al 2010. Dopo la pandemia ho supportato l’attuale direttore nell’organizzazione di una piccola mostra sulle arti grafiche a Genova che sarà inaugurata l’anno prossimo. Ho terminato il mio percorso al Museo a giugno di quest’anno. Adesso continuo con il mio dottorato di ricerca e da settembre sono uno dei quattro residenti internazionali al Centro per la Storia dell’Arte delle Città portuali al Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli. Si tratta di una borsa di studio finanziata largamente dall’Università del Texas, la “Udt” di Dallas che permette a giovani studiosi di tutto il mondo di passare un anno a Napoli per dedicarsi allo studio sia delle collezioni di Capodimonte sia delle altre risorse sul territorio, per esempio le collezioni della Società napoletana di Storia Patria, l’archivio storico del Banco di Napoli, le collezioni della Certosa di San Martino, e tantissime altre raccolte e archivi pubblici e privati. L’obiettivo della collaborazione Utd-Capodimonte è valorizzare la produzione artistico-culturale del Meridione dall’antichità fino ad oggi. La mia ricerca, che è la stessa del mio dottorato, è sulla produzione di incisioni nel Regno delle Due Sicilie dall’indipendenza del 1734 alla rivoluzione del 1799. L’obiettivo è quello di mostrare la complessità e ricchezza della tradizione artistica e intellettuale del Sud Italia durante l’Illuminismo; che sono spesso state trascurate nella storiografia a favore della produzione di stranieri attivi a Napoli e in Sicilia come Hamilton, d’Hancarville, Saint-Non, Houel, e altri».

Quali sono i tuoi progetti futuri e i tuoi sogni nel cassetto?

«Vediamo come va quest’anno a Napoli, ma mi piacerebbe tornare stabilmente in Italia e preferibilmente al Sud. C’è tanto da fare. Mi piacerebbe lavorare per una collezione pubblica o privata, idealmente Palazzo Abatellis o la società di storia patria di Palermo».

Cosa ti lega alla città dello stretto? E che ricordi hai di Zafferia?

«Ovviamente la mia famiglia mi lega a Messina, ma le mie radici culturali più in generale: l’amore per il buon cibo, l’alterigia e riservatezza che sono tutte siciliane, e il rigore intellettuale che mi è stato trasmesso sia dagli studi al Maurolico sia nei circoli intellettuali cittadini, penso soprattutto al maestro Vincenzo Celi a cui la mia formazione artistica è fortemente legata. Per Zafferia ho ricordi di grande dolcezza: è il posto dove sono cresciuto circondato da parenti, coetanei e amici di famiglia che mi hanno insegnato cosa significa essere una brava persona. Provo però anche un po’ di amarezza nel vedere il paese andarsi svuotare con il tempo».

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Messina

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