Sabato, 26 Novembre 2022
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A Messina la rilettura di un grande classico: «Don Chisciotte è eterno, siamo noi»

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È un Don Chisciotte 3.0 quello che andrà in scena oggi e domani sera al Teatro Vittorio Emanuele; una lettura fedele al romanzo di Miguel de Cervantes Saavedra, ma che parla all’uomo contemporaneo che vuole ancora trasfigurare la propria quotidianità nell’orizzonte del sogno. Quest’opera, capolavoro della letteratura universale, con il suo protagonista, è ancora infatti un archetipo inossidabile e verrà messa in scena a Messina con l’adattamento di Francesco Niccolini, la stesura drammaturgica di Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer e Francesco Niccolini, la regia di Aldorasi, Boni, Prayer, con Alessio Boni, Serra Yilmaz e Marcello Prayer. Abbiamo incontrato proprio Alessio Boni che intrepreta don Chisciotte.

Cosa significa per un attore interpretare un personaggio così potente e rivisitare un’opera letteraria così importante?
«Provare paura e orgoglio. All’inizio mi tremavano i polsi, perché si tratta di un personaggio che tutti conoscono anche come icona, poi è prevalso l’orgoglio di avere intrapreso questo viaggio con Don Chisciotte che attrae, affascina, così tanto che sei obnubilato da pagine così profonde che sembra di stare sulle sabbie mobili e vai avanti fino alla prima da cui sono passati quattro anni, poi le rappresentazioni sono state interrotte dalla pandemia, ma oggi abbiamo ripreso e vediamo che questo progetto piace, contagia la gente, ora ancora di più, qui infatti si parla della peste, di poesia e di una sorta di umanesimo. Si torna a parlare dell’uomo, dopo un periodo in cui necessariamente si parla di virus e di morte, abbiamo bisogno di evadere e il Don Chisciotte ti fa viaggiare nell’immaginifico. Un uomo che si veste di una armatura a 50 anni per rimettere in sesto le storture , che si batte per la giustizia contro i malvagi, i truffatori, i gabellieri, per lasciare un mondo migliore ai posteri, che siamo noi. Lui combatte i mulini a vento, ne batte uno, poi ne arrivano altri cento, fino alla sua morte che arriva quando muore il bambino che c’è in lui. È una favola per noi adulti che perdiamo questa lucidità e non abbiamo il tempo per sognare. Ci si lascia andare per due ore all’ironia e immaginazione, in una sorta di terapia di gruppo tra attori e spettatori».

Quello di Don Chisciotte è un tipo di eroismo di chi combatte per un ideale che dà valore alle proprie azioni?
«Sì, infatti se dovessi scegliere una parola per le sua gesta userei “coraggio”, lui ne parla con Sancho: “Ricordati che tra tutte le virtù, la più importante è il coraggio e in particolare quello di cui non si parla mai, l’essere fedeli ai propri sogni, soprattutto a quelli di giovinezza”. Perché pochi hanno il coraggio di mantenere il sogno da bambino di fare il poeta, l’esploratore, l’aviatore, si desiste magari perché il padre è notaio e si fa giurisprudenza, per guadagnare, avere uno status. Ci vuole molto coraggio per scardinare tutto questo e Don Chisciotte esorta a sognare, magari sarà un po’ folle, ma non dice una sola parola che mi mette a disagio. Se io interpreto Hitler o Stalin è difficile entrare dentro loro perché ne detesto il pensiero. Qui invece mi sento ogni sera più arricchito, perché anche lui non è un cavaliere con mantello e con una bella dama, anzi non riesce a beccare Dulcinea, le prende da tutti, ma lui alla fine vince. Tutto il mondo lo ha riconosciuto, è stato tradotto il romanzo in ventisette lingue, dalla Patagonia all’Alaska».

Il pubblico quindi si identifica in questo personaggio perché sghembo, bizzarro, ma vero?
«Sì, lui non è al di sopra degli uomini, non è epico, insomma siamo noi. Lui lotta per la giustizia, difende la donna bistrattata già da allora, Marcella ad esempio; è un avventuriero, ma moderno, si sacrifica per i truffati, i deboli contro gli incivili , i furbetti, i codardi di cui è ancora pieno il mondo».

Possiamo parlare follia lucida e visionaria, di fede nell’ideale...
«Proprio così, potremmo dire anche utopia, una bella parola con cui lui arriva a tutti e rimane immortale e iconico. Voi ne avete tanti nella vostra Sicilia di figure così come Falcone, Borsellino, Mario Francese che sapevano cosa rischiavano, eppure non si sono tirati indietro per il loro ideale, per combattere questo tumore, questo male. Credo che il termine “lucida follia” nasca con Don Chisciotte nel 1600 e definisce bene questa maschera che a Cervantes probabilmente venne in mente ad Algeri nei cinque anni di prigionia, in cui voleva evadere con la fantasia, aggrapparsi alla scrittura e vedere, oltre le sbarre, i giganti, la natura, i mulini».

Lui era infiammato dai poemi cavallereschi e mescolava la letteratura con la realtà, insomma arte e vita...
«È così, per quanto mi riguarda è un valore, per me essere un po’ Chagall , vedere i giganti o i saraceni al posto delle greggi , fa bene, ti fa rimuovere quella corda di immaginifico che hai dentro, che hai dimenticato e ti si è rinsecchita. Nel testo si dice proprio così: “Ti è rinsecchito il cervello con la lettura, sei fuori di testa” perché parla sempre dei combattimenti dei romanzi cavallereschi . Noi cinque anni fa, quando abbiamo preso in mano il testo, volevamo che tutto facesse ribollire l’immaginazione che c’è in tutti, nella scenografia tu devi vedere i mulini che non ci sono e devi immaginare».

In questo senso ancora il teatro, come l’arte, è lo spazio del sogno?
«Sì, assieme al cinema, alla poesia, alla musica, qui puoi volare, sperare, astrarti dalla realtà che a volte è beffarda e pesante e ritrovare la dignità di essere umano, come è successo durante i periodi bui della storia, come nello sterminio in cui gli alcuni ebrei sono sopravvissuti pensando a qualcosa di bello, al proprio sogno interiore che andasse oltre la bruttura devastante in cui erano immersi».

Oltre ad essere interprete hai curato la regia, assieme al tuo gruppo: come si armonizzano i diversi ruoli e questo approccio totale dà alla recitazione più consapevolezza?
«Questa è la seconda regia che faccio con il mio gruppo, il Quadrivio, tre registi e un drammaturgo. Così sono più dentro alla materia come attore, studio di più, conosco la parte degli altri. È bellissima la discussone piramidale fra noi tre, ognuno porta il suo pezzo di teatro e solo quando tutte e tre le visioni collimano, si va avanti. Non è facile selezionare, tra 1200 pagine, le avventure da mettere in scena, ma la decisione univoca ci rende sicuri nei confronti del progetto. Abbiamo cominciato con “I duellanti” di Conrad 7 anni fa e deciso di adattare romanzi al teatro, cosa non facile perché tante pagine meravigliose alla lettura sulle tavole del palcoscenico non funzionano».

Insomma a teatro non si può mentire...
«È così, al cinema metti una musica, migliori un’ inquadratura, tagli una scena al montaggio, in teatro no, sei a petto nudo, davanti a coloro che hanno pagato il biglietto, a cui devi dare una cosa impagabile. Il teatro non tramonterà mai. Ho visto la gente venire in sala, con la mascherina, ma con la voglia di interagire con l’opera, l’ orchestra, i cantanti, più che con lo schermo; io adoro i cinema ma in questo momento non sono pieni come i teatri. C’è bisogno di impossessarsi del fattore umano che senti dal vivo. Il teatro è stato fondamentale per me. Il primo spettacolo che ho visto da giovane è stato “La Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone, ho avuto una folgorazione... È partito tutto da là, pensa se avessi visto uno spettacolo pesante, magari chissà sarei diventato un avvocato... Quella visione mi ha cambiato la vita, e, questa bella avventura, continua ancora!».

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