Mercoledì, 12 Maggio 2021
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C'è un teatro greco-romano a Messina, sepolto nella memoria

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Che fine ha fatto il teatro greco-romano di Messina? E perché nessuno ne parla? Due interrogativi che ritornano periodicamente senza che si riescano a trovare risposte. L’unica certezza è che Plutarco (“Vita di Timoleonte”) ne testimonia l’esistenza.   Durante l’assedio della città, il feroce Timoleonte, dopo aver catturato Ipponio, tiranno di Messina che tentava la fuga in mare,  lo fece consegnare ai cittadini affinché lo linciassero nell’arena della città davanti al delirio del pubblico festante. Anche i bambini furono richiamati dalle scuole affinché assistessero a una irripetibile “lezione di vita”.

Del resto, come potevano i greci, che costruirono teatri in ogni città siciliana in cui si insediarono,  non edificarne uno in un luogo come Zancle (ribattezzata Messene), tra i più fiorenti di arte, poesia e musica.  Ma di questa struttura che risalirebbe al IV secolo avanti Cristo, non si è mai riusciti a trovare alcun riscontro archeologico. Sembra assodato, al contrario,  che i reperti edilizi in opera cementizia venuti alla luce sotto il palazzo comunale appartenessero a un “odeon” di età romana, forse un piccolo edificio teatrale destinato alle gare musicali.

C’è chi, però, come l’architetto barcellonese Augusto Mirabile,  autore di diversi studi sui teatri greci e romani, da anni ritiene di aver individuato l’esatta collocazione dell’antica arena ellenica a Messina. Una convinzione basata anche sul trattato latino “De Architectura” di Vitruvio (15 a.C.). Nel 2009 Mirabile è stato insignito della cittadinanza onoraria di Taormina per il libro "Tao Tea", studio sul teatro antico della  Perla dello Jonio  al quale ha collaborato l'archeologa Cettina Rizzo.

  Lei sostiene da anni che l’antica arena ellenica sorgesse nella collina sottostante il santuario di Cristo Re. Su cosa si basa questa ipotesi?

“Undici anni fa – risponde Mirabile - al mio rientro da un periodo di studio in Libia, iniziai a pensare che il quattordicesimo teatro antico siciliano potesse trovarsi a Messina. In quel periodo, a Leptis Magna notai che la frontescena venne costruita direttamente sulla necropoli senza neanche spostare le tombe. E nella città dello Stretto l’area della necropoli era quella dell’attuale torrente Boccetta. E da qui cominciai le ricerche”.

In che modo le sue ricerche, partite dagli studi vitruviani,  rinsalderebbero queste supposizioni?

“Nella collina di Cristo Re sono presenti i cinque criteri che all’epoca erano basilari per la scelta di un’area dove realizzare un teatro, a partire dalla necessità di una zona ventilata che spesso coincideva con uno spazio  fuori dal centro abitato e con i punti destinati alle necropoli. Naturalmente l’area prescelta doveva presentare un pendio che accogliesse la cavea del teatro e che agevolasse il posizionamento dei gradoni in pietra. Nelle immediate vicinanze, inoltre, doveva essere presente non solo una fonte d’acqua che consentisse la manutenzione del teatro e garantisse, ad esempio, gli zampilli che fuoriuscivano dalle statue per rinfrescare il velario, ma anche un torrente nel quale far confluire gli scoli delle acque usate dentro l’impianto scenico. Infine, ove possibile, l’area doveva essere di fronte a un bacino d’acqua:  in questo modo l’aria calda che si  alzava nelle ore pomeridiane alle spalle degli attori, migliorava l’acustica durante le rappresentazioni. Tutti elementi che caratterizzano la collina oggi chiamata del Cristo Re. Oltre al mare di fronte, c’è sia il torrente sia una fonte d’acqua ed infine due chiese che chiudono il cerchio che, nella mia ricerca, lega la figura di Antonello da Messina all’antico teatro”.

Che legame può esserci fra questi luoghi di culto cristiani e il teatro greco?

“La chiesa di San Francesco è la stessa dipinta da Antonello nel ‘Cristo sorretto da tre Angeli’, mentre la Chiesa di Montevergine con il suo Monastero  è la struttura  che conserva il corpo di Santa Eustochia che è stata individuata come musa del Maestro nonché protagonista della sua opera “l’Annunciata”. Entrambe le chiese subirono danni e rifacimenti nel corso dei secoli, ma le parti lapidee ancora oggi visibili sono sopravvissute anche al terribile terremoto del 1908.  Queste sezioni potrebbero essere state realizzate proprio con il materiale di spoglio proveniente dal sito del teatro che ritengo di avere scoperto. Osservando queste absidi è scattata la mia intuizione: vennero realizzate con blocchi di pietra molto grandi, rispetto alla media. Ricordiamo che i romani usavano materiali lapidei in blocchi solo per la costruzione di edifici pubblici come terme, basiliche e teatri, appunto. Con la caduta dell’Impero Romano la chiesa utilizzò questi grossi edifici come cave dove attingere materiale lapideo. Anche la torre di Rocca Guelfonia, dove nel 1284 venne rinchiuso Carlo II d’Angiò,  presenta al suo interno un arco di chiara matrice romana e dei gradini che potrebbero essere stati attinti dal teatro antico”.

Lei si è anche detto certo della  presenza di almeno  due livelli di frontescena, forse più integra di quella di Taormina e di una parte della cavea, oggi insabbiata. Ci  sono altri elementi che potrebbero avvalorare la sua teoria?

“Nel punto da me individuato ci sono delle pietre fra le quali sono evidenti una grande nicchia e un cunicolo. Inoltre, sovrapponendo le antiche cartografie, si evince che una buona porzione delle mura di fortificazione, risalenti alla dominazione spagnola,  crea un’insolita rientranza in un’area a cielo aperto per poi riprendere il percorso rettilineo. A mio avviso le mura potrebbero essere state deviate proprio per non ‘toccare’ il teatro”.

Ma torniamo ad Antonello…

“Antonello da Messina eseguiva con grande precisione i paesaggi che facevano da sfondo alle sue opere e nel “Cristo sorretto da tre Angeli” non solo si riconosce la chiesa di San Francesco, ma a sinistra, vicino alla testa del Cristo, si vede un frammento di muro  che sappiamo essere esistente all’epoca del Maestro e che si potrebbe far risalire al teatro greco che sorgeva proprio in quell’area, la stessa adiacente al torrente Boccetta all’epoca ancora visibile”.

Sono mai stati effettuati dei rilievi archeologici?

“No, purtroppo. Oggi l’area è stata in grande parte edificata, anche se alcuni elementi appartenuti al teatro a mio parere sono visibili a occhio nudo; possiamo solo sperare che l’intervento con uno geo-scanner, che costerebbe soltanto qualche migliaio di euro,  possa finalmente far ritrovare luce nella città di Messina a ciò che resta di questa grande opera”.

Non sappiamo se l’intuizione di Augusto Mirabile un giorno si rivelerà esatta. Comunque  vada, ovunque fosse quel teatro, ci  auguriamo che in una città fin troppo martoriata da catastrofi naturali e devastazioni belliche,   decenni  di incuria e scempi edilizi non siano riusciti a cancellare anche il respiro e la memoria di una civiltà della quale dobbiamo meritarci la straordinaria eredità.

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