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La morte “misteriosa” di Don Carlos, tragedia che sconvolse anche i messinesi nel 1568

La morte a 23 anni di Don Carlos (Valladolid,  1545 – Madrid, 24 luglio 1568) e  figlio del re Filippo II di Spagna e di Maria Emanuela d'Aviz,  secondo gli storici si consumò in prigione, dove il principe delle Asturie  era stato rinchiuso un anno prima per aver ordito una congiura contro il padre o, forse, a causa delle sue simpatie verso i ribelli dei Paesi Bassi.

Ma la tragica fine di Carlos, considerato vittima di  uno “squilibrio mentale” fin da bambino (pare che torturasse sadicamente le compagne di gioco),  resta fitta di intrighi e misteri, tanto da essere stata più volte rappresentata da autori teatrali, da Vittorio Alfieri a Friedrich Schiller, fra i quali prevale soprattutto l’ipotesi dell’assassinio del giovane erede da parte del padre Filippo II, convinto che il figlio  avesse commesso adulterio con la matrigna Elisabetta di Valois.  E al testo di Schiller si è ispirato Giuseppe Verdi per l’opera “Don Carlo” (1867).

La sua drammatica scomparsa ebbe una certa risonanza anche a Messina dove, alla notizia della morte del principe,  furono celebrati solenni funerali nel Duomo (in piazza fu costruita per l’occasione una “superba Piramide ricchissima di lumi”) come racconta qui di seguito Caio Domenico Gallo in un passaggio tratto dagli “Annali della città di Messina” del 1881:

“Con incredibile raccapriccio s'intese nell'agosto di quest'anno la infausta notizia della morte del principe D. Carlo, unico figlio del re Di Filippo Il Filippo di Spagna, erede futuro di quella monarchia già pervenuto alla età di 23 anni, e considerato dai Siciliani non meno che da'  Napolitani e Milanesi destinato al loro governo. Grave fu il cordoglio dei Messinesi , i quali gli celebrarono i solenni funerali in questa cattedrale , alzandosi superba Piramide ricchissima di lumi, con numerosi emblemi ed iscrizioni , fra' quali quella dell'abate Maurolico, che diceva : ‘Si tibi plus ultra duxissent stamina Parcae, Plus ultra Imperium Carole Sexte dares’. E l'altra di Jacopo Pirrone : ‘Nomen Avus, vitam Genitor , Fortuna Coronam Praesiterat, rapuit mors inimica mihi’.

La fine di questo infelice principe è uno degli avvenimenti che esercita fin'oggi la curiosità dell'Europa. Non vi è chi sappia, con certezza , dirci per qual cagione, o di che genere di morte sia egli mancato . Si sa che il re Filippo sia andato di presenza ad arrestarlo nelle sue camere , che da lì a pochi giorni venne chiuso in una forte torre , e che ivi il 24 luglio fu tolto dal mondo. Vi è chi asserisce , che il padre lo avesse fatto assassinare per avere scoperto i di lui amori con Isabella di Francia di lui madrigna, vi è chi lo crede macchiato di delitti di fellonia, e chi come eretico condannato con formale sentenza dall'inquisizione ; comunque siasi , egli è certo , che il padre l'uccise , se non col veleno e con la mannaia, come sospettarano alcuni , almeno con una sì stretta prigionia, che bastò per trarlo a morte.

Guglielmo, principe d'Oranges , nel suo manifesto pubblicamente accusa Filippo presso tutte le corti d'Europa di questo parricidio. Il Muratore però nei suoi Annali scusa il re, dicendo : ‘Di non avere egli operato cosa  contro del figlio senza consultare sopra sì importante affare ministri  e teologi, e senza chiarire con buone prove, in un processo, i demeriti  del figliuolo ‘;  il punto sta , al dire di un recente scrittore , che un Di Filippo II tal processo non esiste , che il re Filippo mai non curò giustificarsi delle accuse avanzate dal principe d'Oranges".

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