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Gli 80 anni di Al Pacino, una vita a Hollywood e il suo legame con San Fratello

Per capire che persona e che attore sia Al Pacino, che festeggia un compleanno importante - 80 anni oggi - si può partire da un doppio percorso, prima personale e poi professionale.

Nella vita privata, attestano fonti mai smentite dall’interessato, Alfredo James Pacino non si è mai sposato ma ha avuto relazioni sentimentali con ben 11 attrici avendo da due di loro (l'insegnante di recitazione Jan Tarrant e Beverly D’Angelo) tre figli, una bambina e due gemelli di cui ha poi avuto la custodia.

In seguito: Jill Clayburgh, Tuesday Weld, Marthe Keller, Carol Cane, Diane Keaton, Penelope Ann-Miller, Madonna, l’argentina Lucila Solà e l’israeliana Meital Dohan con cui ha convissuto fino al febbraio scorso.

Nella sua carriera, punteggiata da nomination e premi quasi ad ogni apparizione sullo schermo (salvo alcune brucianti stroncature), spicca invece la lista dei ruoli rifiutati: da Taxi Driver a Incontri ravvicinati del terzo tipo, da Guerre stellari (doveva interpretare Ian Solo) a Blade Runner, da Apocalypse Now (come antagonista di Brando) a Kramer contro Kramer (fu rimpiazzato da Dustin Hoffman), da Rambo a C'era una volta in America, fino a Pretty Woman e Basic Instinct: titoli e ruoli così diversi tra loro che dicono bene come i maggiori registi e produttori americani si fidassero del suo incredibile trasformismo fatto di meticolosa preparazione e duttilità espressiva.

La stessa volubilità istintiva che mette, di fatto, anche nella vita personale.

Il padre di Al Pacino si chiamava Salvatore. Era un agente assicurativo e ristoratore italo-americano, figlio di immigrati siciliani originari di San Fratello (in provincia di Messina). La madre invece era Rose Gerardi, una casalinga italo-americana, figlia di immigrati siciliani originari di Corleone (in provincia di Palermo).

Al Pacino fu abbandonato dal padre quando era ancora piccolo, lasciandolo con la madre e i nonni nel South Bronx, in condizioni di vita molto difficili.

Tocca all'attore dunque la dura legge della strada: fumatore e consumatore di droghe leggere fin dai 10 anni, ribelle e manesco, non ama la scuola che lascerà a 17 anni.

Bussa invano alla porta dell’Actors Studio a 20 anni: dovrà fare la gavetta per quasi un decennio prima che Lee Strasberg riconosca in lui qualità fuori dal comune e lo adotti come un secondo padre. Nel frattempo si mantiene facendo mille mestieri. Alla morte di Strasberg gli succederà come presidente della scuola, ruolo che mantiene anche adesso insieme a Ellen Burstyn e Harvey Keitel. Ama il teatro, il cinema gli offre però un’occasione insperata già nel 1971: un autore come Jerry Shatzberg, tipico esponente della New Hollywood gli offre la parte del protagonista, il giovane spacciatore Bobby, in Panico a Needle Park: è una rivelazione.

Lo nota Francis Coppola che lo impone ai produttori per il ruolo di Michael ne Il Padrino: otterrà la nomination come migliore non protagonista, ma Pacino contesta il verdetto dicendo che la sua parte non è inferiore a quella di Marlon Brando che invece vince.

Risultato? Alla cerimonia non partecipano tutti e due, sia pure per ragioni diverse. Da lì in avanti comunque, diviene l’attore prediletto per la «nuova onda» dei cineasti americani: torna a illuminare il lavoro di Schatzberg con Lo spaventapasseri (vincitore a Cannes nel '73), si trasforma per i ruoli che gli affida Sidney Lumet (prima il poliziotto sotto copertura di Serpico poi il disperato rapinatore di Quel pomeriggio di un giorno da cani), riprende i panni di Michael Corleone per gli altri episodi della saga, recita per Sydney Pollack, Norman Jewison, Oliver Stone, William Friedkin. La contestazione della lobby gay contro Cruising lo getta nella disperazione più nera e per quattro anni non apparirà più al cinema, rifugiandosi in teatro. Lo recupera Brian De Palma che lo porta al successo con Scarface e poi Carlito's Way.

E nel '93, dopo una lunghissima rincorsa, vince finalmente l’Oscar con il remake americano di Profumo di donna nel ruolo dell’ufficiale cieco con la regia di Martin Brest.

Nello stesso anno ha anche la nomination per il corale Americani di James Foley dalla pièce di David Mamet. Il film debutta alla Mostra di Venezia dove Al riceve anche il Leone d’oro alla carriera dalle mani di Gillo Pontecorvo.

Ormai è un’icona di Hollywood e Michael Mann gli dà nuovo lustro con Heat in cui duetta con l’altro mito della sua generazione, Robert De Niro, anche se i due appaiono insieme in una sola scena (recitata separatamente) e poi in Insider. Sul finire degli anni '90 decide anche di passare alla regia, prima con una magistrale rilettura in forma di laboratorio visivo del Riccardo III, poi con il quasi invisibile Chinese Coffee del 2000 (che non concederà mai alle sale ritenendolo poco promosso dalla distribuzione) infine nel raffinato Wilde Salomé del 2011.

Intanto sostiene l’astro nascente Christopher Nolan con una magistrale interpretazione in Insomnia, si traveste da Shylok nel Mercante di Venezia di Michael Radford, alterna cinema e teatro sempre più spesso, gioca con Quentin Tarantino in C'era una volta a Hollywood e finalmente ritrova De Niro in The Irishman di Martin Scorsese rubandogli letteralmente la scena e conquistando la sua nona nomination all’Oscar.

Celebre piantagrane sul set, ma professionista impeccabile, Al Pacino è un istrione prestato a un cinema che sempre più predilige il minimalismo espressivo: anche per questo ogni volta giganteggia sconfiggendo anche i supereroi Marvel dell’immaginario collettivo. Ma ogni amante del cinema lo ricorda soprattutto per il suo Michael Corleone, capace di trasformarsi da gentile colletto bianco a picciotto di una Sicilia che non c'è e poi gelido mostro che mette un’intelligenza superiore al servizio della malavita senza pietà nemmeno per i suoi affetti più cari: nessuno era mai riuscito a dare così tante sfaccettature al personaggio rimanendo fedele a se stesso.

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