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Infiltrazioni mafiose a Mojo e Malvagna. Quando il boss dava ordini dal carcere

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Comandava la mafia. Tra riunioni politiche e gare d'appalto pilotate, telefonate “chiarificatrici”, graduatorie alterate e perfino ordini precisi dal carcere su come muoversi tra i gangli illeciti degli affidamenti diretti di lavori, per rifare strade o demolire manufatti abusivi. È un quadro a tinte molto fosche quello messo insieme dopo l'ennesima inchiesta della Distrettuale antimafia di Messina retta dal procuratore Maurizio de Lucia e della Guardia di Finanza, che questa volta hanno focalizzato la loro attenzione per mesi su due comuni della zona ionica del Messinese, Mojo Alcantara e Malvagna. Poche centinaia di anime in due paesi vicini, sui monti Peloritani.

Sono otto le persone indagate a vario titolo per associazione mafiosa, corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità. Tra i destinatari del provvedimento cautelare emesso dal gip di Messina Tiziana Leanza su richiesta della Dda, ci sono il sindaco e la vice sindaca di Mojo Alcantara, Bruno Pennisi e Clelia Pennisi (è solo un'omonimia la loro, n.d.r.) e l'ex assessore ai Lavori pubblici di Malvagna, Giuseppe Luca Orlando, candidato senza fortuna a sindaco del paese alle amministrative del 2020. Le indagini della Guardia di Finanza, portate avanti per mesi tra intercettazioni ambientali e telefoniche, con una fetta importante effettuata pure dal carcere quando nel 2019 il boss Carmelo Pennisi - referente del clan Cintorino e del gruppo di potere locale venne arrestato -, hanno riguardato l'infiltrazione mafiosa ed il condizionamento di Cosa nostra nelle amministrazioni comunali dei due paesi. Oltre ai tre amministratori e a Carmelo Pennisi, sono finiti in carcere anche Giuseppe Pennisi, 64 anni, originario di Mojo Alcantara, padre di Carmelo e Clelia, e l'imprenditore 51enne originario di Bronte Antonio D'Amico, titolare di una ditta edile della provincia di Catania. Agli arresti domiciliari è finito invece l'imprenditore 53enne di S. Teresa di Riva Santo Rosario Ferraro, titolare della Effe Costruzioni. È poi indagato l'ex responsabile dell'Area servizi territorio e ambiente del Comune di Mojo Alcantara, il 67enne Giacomo Pelleriti, che è andato in pensione nel corso delle indagini (proprio per questo motivo, nonostante il suo coinvolgimento, il gip Leanza non ha ritenuto di emettere una misura restrittiva a suo carico, n.d.r.).

Le indagini, del Gico di Messina, spiega la Procura, «hanno consentito di far luce sull'operatività criminale di una cellula decisionale e operativa mafiosa del tutto autonoma rispetto alle articolazioni di Cosa nostra catanese che, in passato, gestivano gli affari mafiosi anche nel territorio della valle dell'Alcantara» e che, secondo l'accusa, è «risultata in grado di ingerirsi, condizionandole, nelle dinamiche elettorali e politiche dei due comuni, oltre che nella relativa gestione dell'attività amministrativa, attraverso l'infiltrazione di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili alla stessa struttura criminale». Ed è cambiato il “modus operandi” della mafia perché, scrive il gip, «sfrutta la fama criminale ormai consolidata e non abbisogna di manifestazioni esteriori di violenza per intessere relazioni con la politica, le istituzioni, le attività economiche, al fine di imporre il proprio silente condizionamento».

Le disposizioni dal carcere

Il boss dopo il suo arresto dava disposizioni dal carcere al padre e alla sorella per gli “affari di famiglia”. È l'accusa contestata dalla Procura di Messina a Carmelo Pennisi, ritenuto esponente di spicco del clan mafioso dei Cintorino.

Gli ordini su appalti da gestire - ricostruisce l'accusa -, diventavano esecutivi e operativi tramite suo padre Giuseppe e, soprattutto, con la sorella Clelia, che è la vicesindaca di Mojo Alcantara.

Secondo l'accusa prospettata dagli inquirenti «il sindaco di Moio Alcantara» Bruno Pennisi accettava «denaro o la promessa di averne» e, inoltre, «favoriva vendite di materiale edile da parte di una società in cui vantava cointeressenze, turbando la procedura di gara relativa al recupero del tessuto urbano locale, a favore di un imprenditore di Santa Teresa Riva», ovvero Ferraro. L'ex assessore ai Lavori pubblici del Comune di Malvagna, Orlando, in carica fino all'ottobre del 2020, è accusato invece di avere, «abusando della sua qualità e dei suoi poteri», indotto «il rappresentante di una ditta edile di Barcellona Pozzo di Gotto, aggiudicataria di lavori pubblici, a rifornirsi di materiale edile da una ditta di Randazzo, per agevolare l'associazione mafiosa» in cambio di «una dazione corruttiva».

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