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Messina, Centro Neurolesi “Bonino Pulejo”: un “miracolo” lungo trent’anni

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Tutto nacque da un atto d’amore. Quello di Uberto Bonino e Maria Sofia Pulejo. E dal sogno visionario di chi raccolse l’eredità del grande imprenditore venuto dalla Liguria a cambiare la storia di Messina: Nino Calarco e Giovanni Morgante. Il resto sono state tappe di un cammino straordinario che di quella villa, nascosta sui Colli (concessa, con tutte le sue pertinenze, in comodato d’uso), ha fatto uno tra i più prestigiosi Centri d’eccellenza dell’intero Meridione. E Dino Bramanti quella storia l’ha vissuta minuto per minuto, se l’è caricata sulle spalle, l’ha plasmata come fa l’artista con la sua scultura più preziosa, ha lottato per quella creatura, a costo quasi di rimetterci la salute, se non la vita. E noi questo cammino lo ripercorriamo a ritroso, con le parole e le fotografie che restano indelebili tracce di un vero e proprio “miracolo” messinese chiamato Irccs Centro Neurolesi “Bonino Pulejo”.

Prof. Bramanti, un ciclo si è concluso: 1992-2021.
«Dopo quasi trent’anni di attività, mi riempie d’orgoglio pensare a come siamo partiti e guardare ciò che è diventato l’Irccs. Abbiamo dimostrato che il “non si può fare” può essere ribaltato anche in una città refrattaria al cambiamento come la nostra. In questi lunghi anni, supportato da uno staff competente e motivato, sono state portate a termine molte progettualità scientifiche e clinico-assistenziali, tutte con l’intento di elevare ad alti standard di qualità la ricerca sanitaria dell’Irccs e dare una speranza in più ai malati gravi».

Torniamo indietro nel tempo: 23 marzo 1992. Cosa accadde allora?
«Quello fu il momento di partenza, quando nel salone di villa Sofia venne siglata la convenzione tra l’Università e la Fondazione Bonino Pulejo per dar vita al Centro per lo studio e il trattamento dei neurolesi lungodegenti, presidio specializzato dell’Asl 5 di Messina. Venne nominato presidente del Consorzio il prof. Angelo Falzea».

E a un allora quarantaduenne docente associato di Neurologia, in servizio all’Università di Messina, venne affidata la direzione del Centro...
«Sì, all’epoca avevo molti più capelli. E lo stesso entusiasmo che ho coltivato in questi decenni. Fu una grande scommessa, voluta fortemente da Nino Calarco e Gianni Morgante e da tutti coloro che lavorarono per quest’obiettivo. Voglio ricordare soprattutto Vittorio Causarano».

Nell’ottobre del 1992 la prima uscita ufficiale del Centro Neurolesi. Poi, da lì, la posa di un mattone sopra l’altro e nel 1999 si arriva a un primo importante traguardo: la trasformazione in Centro di riferimento di alta specializzazione regionale. E nel 2001 nasce l’Unità di risveglio a supporto dei reparti.
«Era in Sicilia l’unico Centro specializzato per la presa in carico e la cura dei pazienti con gravi cerebro-lesioni acquisite e disordini della coscienza. E s’impose a livello nazionale grazie alla qualità delle cure e a diversi piccoli grandi “miracoli” di risvegli dallo stato vegetativo, fino ad allora impensabili a causa della mancanza in tutt’Italia di Centri specializzati come quello di Messina».

Un’altra data memorabile quella del 2006 allorché per volontà dell’allora ministro della Salute Gaetano Sirchia, e grazie anche all’impegno del suo successore, Francesco Storace, il Centro venne riconosciuto come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) di diritto pubblico.
«Quell’anno, dopo aver superato una selezione, divenni direttore scientifico, ruolo riconfermato poi con ulteriori selezioni nel 2010 e nel 2016. L’Irccs, man mano , è cresciuto, con l’accorpamento con l’ospedale Piemonte, con un ulteriore Centro per la cura delle neurofragilità dell’età evolutiva, il Bioparco allocato all’ex Istituto marino di Mortelle e con quattro Centri satellite dedicati alla neuro-riabilitazione sparsi in tutta la Sicilia».

Eppure, si era partiti da zero.
«Sì, quando venni nominato nel 1992, c’ero solo io. Presi come modello l’esperienza di un Centro di Innsbruck, dove collaborai per anni con il direttore di una prestigiosa Clinica neurologica, il prof. Gerstenbrand che in quel periodo stava approfondendo studi sulla vita dei cosmonauti nello spazio. Proposi al presidente della Fondazione Bonino Pulejo, Nino Calarco, di realizzare a Messina un Centro studi in gemellaggio con Innsbruck proprio su quel tipo di sperimentazione, da applicare in seguito per le terapie di pazienti in stato di immobilità permanente. Nella piscina della villa di contrada Casazza vennero riprodotte le condizioni in cui si trovano i cosmonauti dopo una lunga permanenza nello spazio, che causa loro la perdita di sensibilità alle gambe e ai piedi. Nino Calarco, che questa città non ricorderà mai abbastanza per quello che ha fatto, fu entusiasta di quel “viaggio” che andava oltre lo “spazio”. Insieme con Gianni Morgante, aveva compreso l’importanza della ricerca in quel settore così trascurato in Sicilia e in Italia».

Quando una realtà si consolida, sembra che tutto sia avvenuto per effetto di un colpo di bacchetta magica, e invece sono stati anni anche durissimi, soprattutto nell’interlocuzione con la politica nazionale e regionale.
«Non fu un percorso facile. Ricordo che qualcuno, al vertice di certe istituzioni, ci chiamò “neuroillusi”, ci diedero tre mesi di “prova”, pensando che il progetto fosse destinato a fallire. Se mi volto indietro... Prima io solo, poi tre impiegati, ora ce ne sono cento. Iniziammo senza mezzi, né apparecchiature né risorse e neppure pazienti. Intercettammo i primi finanziamenti grazie a una convenzione siglata con il Comune e con la Provincia di Messina, poi arrivarono fondi europei che la Regione stava perdendo: 550 milioni di lire. E nel 1994 ci aiutò il grande cuore degli italiani: Lorella Cuccarini ci consegnò in tv, a conclusione della maratona “Trenta ore per la vita” 200 milioni di lire da destinare alla ricerca. Ricordo, poi, la commovente lettera del premio Nobel Rita Levi Montalcini e il toccante incontro con lei».

Non basterebbe un libro per raccontare le storie dei tanti pazienti assistiti.
«Sì, ce ne sarebbero tantissime ma voglio ricordarne una in particolare. Era il 16 ottobre 2003, si celebrava il 25esimo anniversario del pontificato di papa Giovanni Paolo II. Quel giorno, a Messina, nell’Unità risvegli di contrada Casazza, accadde l’inspiegabile. Daniel, 2 anni e mezzo, Matteo, 6 anni, e la diciasettenne Elisa, uscirono dal coma. Tre risvegli in un giorno eccezionale, molti parlarono proprio di un “miracolo” da parte del Papa che sarebbe poi diventato Santo. Mi piacerebbe ricordare anche la storia di Brunetta, la donna di Africo che cercava a Messina una nuova vita, ma che era incastrata in un gioco familiare più grande di lei. Suo fratello non accettava che si fosse liberata da quel giogo e le sparò tre colpi al volto, uno dei proiettili le raggiunse il cervello. Dopo il ricovero al Neurolesi, uscì dal coma, grazie anche suo cane Fulmine, che le fece sempre compagnia in reparto».

Cosa lascia? Cosa farà adesso?
«L’accorpamento con il Piemonte l’ho visto come un’opportunità imperdibile per creare, così come auspicato dall’allora ministra della Salute Beatrice Lorenzin, il grande Polo di riabilitazione del Sud. Per la riqualificazione del Piemonte e l’avvio di importanti progettualità riguardanti il Bioparco (come la delfino-terapia) saranno a disposizione ben 91 milioni di euro che il ministero della Salute nel 2016 ha stanziato per l’Irccs. Tanto è stato fatto, tanto resta da fare. Vado via, a malincuore, sapendo di non avere avuto il tempo di terminare i tanti progetti intrapresi. Mi consola il fatto che consegno a chi verrà dopo di me una realtà che è un fiore all’occhiello per Messina, nell’auspicio che si sappia mantenerla tale. Io che farò? Intanto, torno a fare quello che amo di più: il medico».

© Riproduzione riservata

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