Sabato, 19 Giugno 2021
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Spose, baristi e ristoratori in piazza a Messina: la rabbia e l'amarezza di chi non ce la fa più

La rabbia e l’amarezza dei ristoratori, degli operatori del settore dei matrimoni e del mondo dello spettacolo si sollevano anche da piazza Unione europea, a Messina, in occasione dell’assemblea organizzata da Fipe Confcommercio. Segmenti economici strategici, ma al collasso.

«Si tengono chiuse filiere che potrebbero dare sicurezza, come la ristorazione, per non parlare dell’aspetto anch’esso importante che è quello economico», dice Carmelo Picciotto, presidente della Federazione pubblici esercizi Confcommercio Messina. «Ci stanno costringendo a morire di fame - aggiunge - nel frattempo stanno andando a pezzi le due filiere più importanti che sono quella turistica e quella agroalimentare che sosteniamo. Riaprire in sicurezza mi sembra l’unica strada da percorrere siamo disponibili a vaccinarci tutti immediatamente ma dobbiamo riaprire. A Messina i ristoranti perdono circa il 40 per cento».

«Il nostro settore è fermo da quasi 15 mesi la cosa più grave è che non vediamo via d’uscita soprattutto in Sicilia, gli aiuti sono irrisori, quando perdo 200 mila euro e ne ricevo il 4 per cento scarso non serve a niente, abbiamo avuto un disastro», accusa Lino Santoro, che prosegue: «Dobbiamo riaprire tutti in sicurezza ma per chi non ha uno spazio esterno è antidemocratico farlo chiudere».

In piazza anche gli esercenti del settore matrimoni come Santi Marino, wedding planner: «Stamattina - racconta - ho ricevuto l’ennesimo posticipo di matrimonio dalla Germania di siciliani che volevano sposarsi l’8 agosto, questo significa spostare alberghi, i voli, tutto. Hanno rinviato al 22 agosto questo accade perchè c'è un clima di incertezza, la settimana scorsa abbiamo avuto l’ennesima mazzata non solo per il discorso economico ma anche perchè non è stata citata la parola wedding che in Italia fa girare 90 miliardi di fatturato l’anno. L’ultimo matrimonio che ho organizzato è stato il 13 ottobre poi nulla perchè è vietato da allora siamo fermi. Abbiamo chiuso il 2019 con 239 eventi mentre il 2020 abbiamo chiuso con 28-29 eventi».

In piazza tanti ristoratori come Alvise Ruggeri: «E' un momento difficile per tutti - dice - chiediamo dignità per il nostro lavoro e soprattutto riaprire i ristoranti in sicurezza, un ristorante che fa una programmazione non può aprire temendo di chiudere di nuovo». Chiede di riaprire anche Denny Anna: «Ho più di un ristorante ma da un anno siamo chiusi e siamo in grandissime difficoltà, è arrivato il momento di ripartire. L’anno scorso ho fatto una decina di eventi ma da ottobre non ho fatto nulla siamo chiusi. I ristori sono stati ridicoli parliamo 3 per cento».

«Le nostre spese aumentano sempre di più - aggiunge Marcello Startari - siamo di fronte ad attività che non producono e siamo in perdita. Ci sentiamo messi da parte. Nell’ultimo anno non ho fatto nessun evento anzi ne ho persi parecchi, noi rispettiamo le distanze e i protocolli di igiene che già nei ristoranti esistono, proporrei che il responsabile della hccp controlli il fattore Covid 19 cioè per la clientela che entra possa vedere se ha fatto tampone o è stata vaccinata».

"Ci abbiamo pensato a lungo - ha detto all'inizio della manifestazione Picciotto - Abbiamo ascoltato i nostri associati. Abbiamo ascoltato i cittadini. Abbiamo scelto di scendere in piazza. Come molti hanno fatto in questi mesi. Ma abbiamo scelto di farlo a modo nostro. Il settore della ristorazione, dei pubblici esercizi, dei bar, dell’organizzazione e della promozione di eventi con tutte le filiere collegate, rappresenta un settore vitale della nostra economia. Rappresenta soprattutto una eccellenza che ci caratterizza e ci rende famosi in tutto il mondo. Siamo il popolo dell’accoglienza. Siamo quelli del brand Messina. Noi siamo “la differenza” e questa differenza la vogliamo fare anche oggi, qui su questa piazza. Qui oggi abbiamo portato ciò che sappiamo fare. E lo sappiamo fare bene. Professionali, seri, garbati ma determinati al tempo stesso per chiedere interventi urgenti e una pianificazione seria ed efficace. Per chiedere, così come già abbiamo fatto con il Prefetto, una rapida e massiccia campagna di vaccinazione per tutto il comparto della ristorazione, l’approvazione di un protocollo per l’uso di spazi esterni ai locali, linee guide chiare per le riaperture e una adeguata comunicazione nelle tempistiche di aperture e chiusure, ma soprattutto la creazione di zone gialle speciali in base ai dati forniti a livello locale.
Certo gli errori ci sono stati e sono stati tanti e sono ricaduti tutti sulle nostre spalle. Errore è stato chiuderci indiscriminatamente, quasi come se la colpa della diffusione del virus fosse tutta in capo a bar e ristoranti, salvo poi riconoscere che solo lo 0.18 per cento è attribuibile ai pubblici esercizi. Errore è stato illuderci con promesse di contributi a pioggia salvo poi erogare solo le briciole, e farlo pure male. Errore è stato far credere che i protocolli dettati sarebbero stati panacea di tutti i mali, stimolando investimenti spesso inutili che sono rimasti cattedrale nel deserto.

Siamo in ogni angolo delle strade. Siamo il motivo per cui uomini e donne vanno ad acquistare abiti e accessori. Siamo il motivo per cui nell’attesa di andare a cena si fanno acquisti. Siamo quelli che muovono capitali ed emozioni. Vendiamo sogni. Vendiamo socialità. Vendiamo il piacere di stare assieme davanti ad un caffè. Se chiudiamo noi chiude l’Italia. Dalle filiere agroalimentari, ai servizi, ai lavoratori dell’intrattenimento, ai fotografi, ai fiorai, ai negozi di alta moda. Tutto.

Per questo non possiamo cedere oggi. Non possiamo abbassare la guardia. Resistere oggi, significa garantirsi un futuro domani. Ogni saracinesca che chiude è  un pezzo d’Italia che muore. Un metro quadro di deserto in più. Nei pubblici esercizi per 10 milioni di fatturato ci vogliono 120 persone che lavorano. Con i colossi e le piattaforme on line, ce ne vogliono solo 14,5. Cuochi , pizzaioli , bagnini,  baristi, dj  e non li cito tutti, rappresentano la nostra tradizione. Rappresentano la nostra anima. Il cuore pulsante del nostro settore che è emozionalità. E’ poesia dell’acquisto.

Oggi noi abbiamo il dovere di tutelare questo cuore pulsante. Diteci voi come aprire in sicurezza. Non vogliamo ammalarci di covid, ma non vogliamo nemmeno morire di fame. Finora abbiamo dimostrato fierezza, onore e senso di responsabilità.  E tanta, tanta tenacia. Ma la misura è colma. Troppe le vittime rimaste sul campo. Quelle mietute dal virus e quelle mietute dalla miseria. Il 30 per cento delle aziende presenti su tutto il territorio provinciale. Non si può più procrastinare. Non possiamo più aspettare, specie quando la cura sembra produrre effetti peggiori del male. Ecco perché non protesta ma proposta.

Ecco il perché di questa manifestazione, professionale, seria, garbata. Oggi ci candidiamo come pubblici esercizi ad essere fucina del futuro. Oggi più che mai vogliamo essere generatori di cultura e tradizione. Un'Italia che vive, un'Italia che lavora, un'Italia che fa vivere e sorridere. La prima proposta la faccio ai miei colleghi. Lavoriamo insieme. Insieme si perde e si vince, ma di certo si fa la differenza. Facciamo diventare questa città  vera capitale della ripartenza. Più saremo più avremo probabilità di riuscirci. Da qui, da questa piazza, deve partire un percorso di condivisione e ripartenza. Un percorso che ci vede tutti insieme condividere visione, lavoro e risultato.  Un percorso che sia la prima pietra di un progetto comune: la risurrezione della nostra economia e della nostra città.

© Riproduzione riservata

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