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La "Lupa": la nebbia dello Stretto di Messina. Ecco perché si chiama così

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I miti non appartengono a nessuno o forse appartengono a tutti. Perché quelle storie, le nostre storie, si intrecciano, si incastrano, vivono da sole, si smarriscono e poi si ritrovano. Sono la nostra anima. Colapesce, la Fata Morgana, Scilla e Cariddi, Ulisse, le Sirene, la "Lupa". Il nostro Stretto ne è popolato. Lo ha detto qualche tempo fa la scrittrice messinese Nadia Terranova: «Ogni volta che mi sono messa alla ricerca di una storia ne ho trovate due o anche di più. Sono cento le versioni della Fata Morgana. E quando ho cercato notizie su Peloro, ho trovato il mito di Pelorias. Si dice che Messina, distrutta e ricostruita, non ha storia; ma io credo che le storie vadano disseppellite. Basta saperle ascoltare e farle ascoltare al lettore, anche se abbiamo perso la capacità di abbandonarci all’immaginario, quel che ci permette di trasfigurare il reale e di affidarlo al tempo lungo della narrazione». E allora disseppelliamole queste storie. Perché tanti messinesi ne hanno sentito parlare, ma spesso non ne conoscono la storia e il significato.

Chi vive sulle sponde dello Stretto sa di aver assistito tantissime volte al fenomeno della "Lupa". Ma perché si chiama così? Tante le tesi. Molte le troviamo ormai anche in rete.

Una è legata al lupo (l’animale, si intende) da sempre identificato con la declinazione cristiana con il diavolo. E quando questo viene associato a un fenomeno atmosferico, quale un’insolita nebbia, non è assurdo ipotizzare che l’animale venga declinato al femminile. Secondo un’altra ipotesi, il nome di tale fenomeno deriverebbe dalla locuzione dialettale “avere la lupa nello stomaco” (facilmente traducibile in “avere una fame da lupi”), che caratterizzava la condizione dei pescatori dello stretto di Messina, in tutte le circostanze in cui, a causa della presenza della nebbia in mare, non erano in grado di rientrare poiché impossibilitati a individuare la luce del faro.

Ma che cos'è la "Lupa" e quando si manifesta. In particolari condizioni atmosferiche, nello Stretto di Messina appare una nebbia che si distribuisce tra le due coste provocando drastiche riduzioni della visibilità, molto pericolose soprattutto per la navigazione marittima. La nebbia è determinata dallo scorrimento di masse d’aria calda sulla superficie marina molto più fredda, la quale genera vapore acqueo che si satura e si condensa in strati di nubi bianche, alte tra 100 e 200 metri, che dal mare si spingono fino alla fascia costiera. Nella maggior parte dei casi la nebbia insorge nelle ore notturne e al primo mattino, per poi cominciare a dissiparsi a partire dalla tarda mattinata, non appena il sole, con il riscaldamento dell’aria, rompe lo strato d’inversione termica che l’ha alimentata.

Ma torniamo alle tesi. Tra quelli che ne hanno scritto anche lo storico Enzo Caruso, attuale assessore comunale. "Fra le tesi più attendibili c’è quella che vuole che il nome “lupa” derivi dal suono, simile a un ululato, emesso dalle imbarcazioni per segnalare la propria posizione in mare in caso di nebbia, mediante l’utilizzo di quella conchiglia marina chiamata localmente “brogna”; un suono di segnalazione ripreso dalle navi in epoca moderna". Scrive Caruso: "Lo studio della dottoressa Grazia Musolino, storica dell’Arte, già dirigente della Soprintendenza e successivamente del Museo Regionale di Messina, ha dato un prezioso contributo all’interpretazione del mistero, partendo da una attenta disamina di un’opera esposta presso il Museo Regionale, riportata in “Archivio Storico Messinese”, n. 2, del 2016, pp. 235-236 (“Un’aggiunta al catalogo messinese di Nunzio Rossi”) e risalendo indietro nel tempo, fino a collegarlo al mito greco di Scilla e Cariddi. Il quadro preso in esame è la Madonna della Lettera tra i Santi Pietro e Paolo, dipinto da Nunzio Rossi originariamente esposto nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo o dei Crociferi. Nel quadro attenzionando meglio la costa calabra è possibile notare una estesa macchia di colore bianco che per la sua forma assume la forse non casuale sagoma di una testa canina, con il collo allungato, che si dirige verso Scilla.

E proprio al mito di Scilla è collegata la "Lupa" scrive ancora Caruso. "Si narra che Scilla era una bellissima ninfa che viveva in Calabria ed era solita recarsi sulla spiaggia di Zancle per fare il bagno nelle sue acque. Una sera, vicino alla spiaggia, vide apparire dalle onde Glauco, un dio marino metà uomo e metà pesce che si innamorò di lei. Ma Scilla, alla sua vista, fuggì terrorizzata lasciandolo solo nel suo dolore. Glauco si recò allora dalla maga Circe per chiederle un filtro d'amore per far innamorare la ninfa, ma Circe, desiderando il dio per sé, preparò una pozione malefica che versò in mare. Quando Scilla s'immerse in acqua, vide crescere molte altre gambe di forma serpentina accanto alle sue. Spaventata fuggì dall'acqua, ma, specchiandosi in essa, si accorse che si era completamente trasformata in un gigantesco mostro con sei enormi teste di cane lungo il girovita. Per l'orrore, Scilla si gettò in mare e andò a vivere nella cavità di uno scoglio emettendo ululati nella notte”.

Così da Ovidio nei libri XIII-XIV delle Metamorfosi e da Virgilio nell’Eneide, III: Scilla dentro a le sue buie caverne / Stassene insidiando; e con le bocche / De’ suoi mostri voraci, che distese / Tien mai sempre ed aperte, i naviganti / Entro al suo speco a sè tragge e trangugia. / Dal mezzo in su la faccia, il collo e ’l petto / Ha di donna e di vergine; il restante, / D’una pistrice immane, che simíli / A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre. / Meglio è con lungo indugio e lunga volta / Girar Pachino e la Trinacria tutta, / Che, non ch’altro, veder quell’antro orrendo, / Sentir quegli urli spaventosi e fieri / Di quei cerulei suoi rabbiosi cani.» (Virgilio, Eneide)

Non è escluso quindi che Nunzio Rossi nel XVII secolo, nella sua opera la Madonna della Lettera tra i Santi Pietro e Paolo”, esposta nella sale del Museo Regionale di Messina, metta proprio in evidenza il fenomeno dipingendo la testa di un lupo bianco sulla costa calabra dello Stretto: LA LUPA!

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