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Una bara trafugata al funerale. E Capo d’Orlando lascia Naso

La località montana dopo la prima guerra mondiale aveva 5mila abitanti. Il processo d’indipendenza guidato dai reduci dal fronte

La prima guerra mondiale è alle spalle e agli orlandini reduci dal fronte non va proprio che il loro borgo marinaro, avviato verso il rilancio economico dipenda amministrativamente da Naso. La frazione, con ben 5000 abitanti, è ormai il centro di tutto, grazie alla Statale 113 e alle ferrovia che attraversano il suo territorio. Poi ci sono undici chilometri di spiaggia che offrono ormeggi a pescatori e alla linee di navigazione Florio. La distanza dal capoluogo Naso, 14 km, è un ostacolo per l’economia e la vita sociale e così gli orlandini prendono la drastica decisione. Capo d’Orlando deve essere Comune autonomo.

È il 23 luglio 1922 quando si costituisce il comitato per la costituzione di Capo d’Orlando a Comune autonomo. I “vespri orlandini” non piacciono tanto ai compaesani di Naso, che li avversano in ogni sede ma ormai il processo d’indipendenza è cominciato e non c’è nulla che tenga quei giovanottoni forgiati ormai dalle lunghe battaglie nelle trincee del fronte della Grande guerra. Bisogna dare il via all’insurrezione e l’occasione si presenta, come raccontò poi Basilio Conforto, il presidente del comitato pro-autonomia, quando morì don Ciccio Paparoni rientrato moribondo dal Venezuela proprio per essere seppellito nella sua terra.

«La carrozza con il feretro si avviò lentamente verso Naso. Arrivata alla curva dello spuntone, vi fu un’improvvisa accelerata, un’impennata di cavalli che lasciò molto indietro le persone a piedi. Arrivati al bivio di San Martino, il carro era fermo lì ad attendere il corteo, che proseguì. Giunti che fummo a Naso, i becchini del cimitero si avvicinarono al carro e sollevarono la bara, che con grande stupore era leggerissima, sembrava vuota. La bara di don Ciccio era stata sostituita e l’uomo era stato seppellito a San Martino, lì dove la sua volontà voleva. Agli increduli becchini, non rimase altro che andare a denunciare l’accaduto alle autorità».

Giorni dopo, giunsero il questore con i carabinieri e una squadra di operai che presidiarono l’improvvisato cimitero (che intanto aveva accolto altri defunti orlandini), con lo scopo di trasferire tutte le salme a Naso. Ma non avevano fatto i conti con tutta la popolazione del borgo marinaro che proprio quando stava arrivando il prefetto raggiunse in massa il cimitero tanto che i due chilometri che separano il luogo dal paese era una lunga scia di gente che cantava l’inno orlandino composto dal ragionier Mollica, impiegato comunale. Le parole di quella canzone che inneggiava all’autonomia furono raccolte dal prefetto, che chiese dove si recasse tutta quella gente e la risposta fu, a una festa a Scafa. Uomini, donne, anziani e bambini, correvano invece per proteggere le bare dei loro cari dal trasferimento a Naso e questo fu subito chiaro al prefetto che si commosse. Le parole che pronunciò furono accolte dagli orlandini come una importante presa d’atto:

«Qui avete stabilito che deve sorgere il vostro cimitero e qui sorgerà. Avrete in pochi giorni il decreto del ministero dell’Interno che ufficializzerà il camposanto sull’altipiano di San Martino». Passarono meno di tre anni e il 27 settembre 1925, con l’intervento del ministro dei Lavori pubblici Giovanni Giurati, giunto con un idrovolante sulla spiaggia, si festeggiò l’autonomia conquistata

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