Giovedì, 20 Settembre 2018
MESSINA

Una campagna senza
“pesticidi”. È troppo?

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Una campagna senza “pesticidi”. È troppo?

In una campagna ci sono prodotti sani della terra e pesticidi. Basta aggiungere l’aggettivo, elettorale, e si ha lo stesso scenario: un confronto reale sui problemi e sui programmi e veleni sparsi dovunque.

Immaginiamo di essere al primo livello. Racconteremmo di una sfida tra i sette candidati ciascuno dei quali ha la propria dignità, una storia personale e professionale che lo contraddistingue dagli altri. Senza veleni, riconosceremmo il buono che c’è in ognuno di questi aspiranti sindaci. Pippo Trischitta non sarebbe la “macchietta” un po’ folkloristica dipinta dai suoi avversari ma l’appassionato consigliere comunale che, con i suoi proverbiali “tic” (la giacca che pende è ormai il suo simbolo), ha sempre creduto in certi valori e li ha propugnati nell’aula di Palazzo Zanca, attaccando l’amministrazione Accorinti ma votando anche, per senso di responsabilità, gli atti più importanti, a cominciare dai bilanci.

Cateno De Luca, al di là dell’irruenza che lo porta spesso alla ribalta delle cronache, verrebbe visto, non come il caciarone volgare e plurinquisito, ma come uno dei deputati regionali più attivi e legati al territorio, come il buon amministratore di Santa Teresa di Riva e di Fiumedinisi.

Emilia Barrile non verrebbe vista come l’espressione di una politica clientelare ma donna orgogliosamente populista e popolare, che si sforza forse di tradurre i suoi discorsi dal dialetto all’italiano ma che parla il linguaggio della gente e che conosce vita, morte e miracoli di tutti i quartieri “popolari”, cioè quelli vivi e veri, con tutte le loro infinite contraddizioni.

Dino Bramanti non sarebbe certo il burattino in mano all’asse Germanà-Genovese ma uno dei manager sanitari più competenti e apprezzati in Italia, protagonista della miracolosa crescita dell’Irccs Neurolesi e del salvataggio dell’ospedale Piemonte dalla fine preannunziata e quasi inevitabile.

Antonio Saitta non verrebbe confuso per uno dei tanti adepti della cosiddetta “componente universitaria” del Pd in mano all’ex rettore Pietro Navarra ma riconosciuto come uno dei più prestigiosi docenti di Diritto, professionista serio e preparato, con decenni di militanza politica alle spalle.

Nessuno si sognerebbe di apostrofare come “portasfiga” uno come Gaetano Sciacca, l’ex ingegnere capo del Genio civile che per molti è stato un odiato “signor no”, solo perché ha cercato di porre un freno all’ennesimo assalto della speculazione edilizia contro un territorio già devastato, ma che ha dimostrato competenza e professionalità, soprattutto nel momento in cui è stato chiamato a mettere in sicurezza i villaggi colpiti dall’alluvione.

E Renato Accorinti non apparirebbe più come il santone tibetano, il sindaco più avversato e insultato nella storia di Messina (spesso con forme ai limiti del razzismo, che hanno marchiato a sangue il suo essere, il suo vestire), ma un uomo che, assieme a molti componenti della sua Giunta, ci ha rimesso anche la salute, prendendo sulle sue spalle la città sicuramente nel momento più drammatico degli ultimi decenni, salvando per cinque anni il Comune dal dissesto e avviando una serie di progetti e opere che troveranno attuazione nei prossimi anni, chiunque sarà il sindaco che verrà.

Sarebbe una bella sfida elettorale, se vista senza veleni. Accorinti, Barrile, Bramanti, De Luca, Saitta, Sciacca e Trischitta: ciascuno per la propria parte rappresenta un pezzo di Messina, e certamente non quello peggiore. I messinesi dovrebbero essere messi nelle condizioni di poter giudicare, oltre alle loro storie personali, soprattutto le idee di cui sono portatori, i programmi, gli obiettivi da realizzare nei prossimi cinque anni, l’interlocuzione con gli altri poteri e istituzioni, la passione che intenderanno profondere a difesa degli interessi di una comunità e del suo territorio.

Ma la gente, anzi la gggente, quella con le tre “g” davanti, questo indistinto corpulento organismo dal quale facciamo dipendere tutto, sondaggi, opinioni, fake news spacciate per verità assolute, vuole i pesticidi, vuole la lotta sul ring, vuole il sangue dei contendenti. La gggente, che poi sono le stesse persone che saluti ogni giorno e che ti sembrano educate e gioviali, e che diventano, invece, belve nel selvaggio “zoo” dei social network.

E allora ecco che Trischitta è solo un matto, Barrile una lavandaia, De Luca un affarista senza scrupoli, Bramanti un inetto teleguidato dai “Mangiafuoco”, anche Saitta uno strumento dei “poteri forti”, Sciacca un funzionario regionale senz’arte né parte, Accorinti una sorta di mostro a metà tra Attila flagello di Dio e un barbone da Stazione centrale.

Tocca anche a noi, ce ne rendiamo conto, agli organi di stampa, riportare alla ribalta i veri temi del confronto, il presente e il futuro della città, quello che si deve e che si può fare, gli interventi immediati e le strategie a lunga gittata, senza che questa campagna elettorale diventi solo un concentrato di accuse e di insulti, di batti e ribatti, e un inutile spreco di tempo.

Sia chiaro, chi scende nell’agone politico non può pensare che sia tutto rose e fiori, che la sfida sia limitata al fioretto e non anche alla sciabola. Chi si mette in gioco, deve saper giocare, all’attacco e alla difesa, perchè una campagna elettorale non è un’amichevole, non è il trofeo “Birra Moretti” ma per Messina è una sorta di girone finale del Mondiale. E, dunque, ci sta il clima surriscaldato. Ci stanno anche le polemiche fondate su legittime richieste di chiarimenti, su operazioni verità e trasparenza che dovrebbero essere connaturate a ognuno dei concorrenti in campo, senza che ciò faccia gridare allo scandalo.

Ma tutto questo non è il cuore della sfida, è solo l’inevitabile contorno. La partita vera è quella in cui tutti i candidati devono riuscire a convincere i messinesi sulla bontà dei loro progetti, delle loro squadre, delle loro liste a sostegno. Chi imbarca, ad esempio, sulle proprie scialuppe pirati, mascalzoni e delinquenti, deve darne conto e ragione, non può farlo a propria insaputa. Ecco, programmi e credibilità, personale e collettiva. Questo chiediamo, questo vorremmo offrire anche ai nostri lettori. È troppo?

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