Domenica, 28 Novembre 2021
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NOSTRA INTERVISTA

Samuele Bersani stasera al Messina RestArts di Villa Dante: "E' tempo di tornare"

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Sarà piuttosto un “Estemporaneo Tour” questo di Bersani (cinquant’anni, cinque volte targa Tenco e due Premio della Critica a Sanremo), una versione estiva, nulla di «troppo cerebrale», piuttosto un «giudizio universale» scavato nella roccia di un repertorio profondo
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"Il disco racconta che c'è sempre una porta per uscire". Samuele Bersani

In Sicilia, alle Eolie, c’è il suo posto del cuore. È Ginostra, l’ha scoperta un mare di anni fa e, come un esploratore casuale (e causale), l’ha vissuta tra la bellezza e l’indispensabile. Dentro una stanzetta in cui ancorare vacanze dal superfluo. Ragione in più per essere felice di tornare da quelle parti, stasera (e poi domani Sotto il Vulcano di Zafferana Etnea) a cantare la sua storia nel mezzo del Messina RestArts di Villa Dante. Non si può ancora portare in giro “Cinema Samuele”. Per i teatri, per suonarlo con tutti i musicisti del disco, bisognerà aspettare. Sarà piuttosto un “Estemporaneo Tour” questo di Bersani (cinquant’anni, cinque volte targa Tenco e due Premio della Critica a Sanremo), una versione estiva, nulla di «troppo cerebrale», piuttosto un «giudizio universale» scavato nella roccia di un repertorio profondo.

Samuele, è tempo di riprendersi…
«Di fare il mio lavoro, non ne immaginerei un altro. E di rivedere la gente in faccia. La pandemia, il sospetto reciproco dell’altro, gli argomenti divisivi… è ora di guardare all’uscita di questo labirinto perenne. Ho fatto il vaccino. Come essere umano ho sentito l’urgenza di mettermi a posto, di non tergiversare aspettando che lo facesse prima il mio vicino. Nonostante le mie paure. La paura è legittima».

E l’egoismo?
«Quello è il centro degli ultimi anni, a prescindere. Vedo gente che protegge solo se stessa. Forse è figlio di una grande solitudine che ruba solidarietà. “Distopici”, ultimo brano dell’album, parla dell'egoismo in cui i protagonisti hanno lasciato prevalere i loro se e i loro ma e non hanno fatto un figlio».

Ti riguarda?
«Il fatto di non essere padre, sì. Ma in generale, quando scrivi canzoni sei libero di specchiarti o riportarci dentro l'empatia con gli altri».

Tra le sale di “Cinema Samuele” ce n'è una con “Il tuo ricordo”.
«Il ricordo è centrale, tanto nella bellezza quanto nella bruttezza. Ci riscatta. Penso alla mia adolescenza e a chi oggi l'ha persa stando in casa e su quella memoria lì non potrà contare. Un giorno uguale all’altro, anni fondamentali in un barattolo. Io ho un rapporto coi ricordi altalenante. Ce ne sono alcuni che tornano e vogliono fare i protagonisti nel presente, che fanno breccia ed entrano. Ecco, il disco racconta che c'è sempre una porta per uscire. In “Harakiri” è un cielo che si apre a serramanico, per “Le Abbagnale” la decisione di stare insieme perché si amano da matte. “Pixel” finisce con una consapevolezza che il personaggio, apparentemente passivo, sembrava non avere».

Usi molte immagini, ti mancano mai le parole?
«Nella vita? Tutti i giorni. Invidio la capacità oratoria degli altri. Le parole sono un bello spettacolo ma, non amando i logorroici, non ne dico molte. Possono mancare ma anche, peggio, non essere quelle giuste. Le devi cercare. Io comincio a comporre quasi sempre dalle musiche. La musica cuce il maglione, poi devi metterci dentro il corpo della misura giusta. Anche quando pare di tradire un racconto serio con note spensierate. “Chicco e Spillo” ad esempio, non era poi tutta questa allegria…».

Così hai scritto la tua “Canzone”. E l’hai regalata a Lucio Dalla…
«E ne sono felice. Di aver imparato a metter fuori le emozioni nel preciso momento in cui le provo. Me lo ha insegnato lui senza volermelo insegnare, in modo spontaneo. Lucio mi ha detto qualcosa che mi ha fatto del bene e lì ho capito che dovevo scrivere invece che tenermi. Lì ho scritto veloce, presto. E comunque, il testo è mio… per tenermela avrei dovuto rubargli la musica!».

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