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VERITA' E FINZIONE

Ecco il volo fatale di De Bosis, l'eroe antifascista scovato da Grasso a Taobuk

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«L’ho scoperto curando il carteggio fra don Sturzo e Salvemini. Il suo fu un sacrificio in parte inutile»
taobuk, Giovanni Grasso, Messina, Cultura
Giovanni Grasso

Fra i tanti aspetti curiosi e romanzeschi della vita di Lauro de Bosis – illustre sconosciuto per i più ma autore di un gesto di sfida al fascismo nel suo massimo fulgore, di cui parleremo più avanti – c’è quello, concreto, di aver fondato con due amici una società segreta, antifascista: la chiamò Alleanza Nazionale senza neppure pensare lontanamente che quel nome un giorno lo avrebbe «indossato» un partito di orientamento opposto.

L’organizzazione serviva a ciclostilare e diffondere messaggi clandestini in cui si chiedeva al clero, ai nobili e all’esercito a togliere il sostegno al duce. Ma chi è Lauro De Bosis? Innanzitutto è il protagonista del romanzo storico di Giovanni Grasso che è stato ospite di Taobuk. Il giornalista parlamentare e scrittore, consigliere del presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione, dopo «Il caso Kaufmann», ci ha preso gusto a mischiare verità e finzione.

Il suo metodo: «Lavoro su documenti storici, poi se ci sono parti mancanti intervengo, romanzando». Lauro de Bosis era vero dandy degli anni Venti del secolo scorso, un intellettuale con tutti i doni delle fate: famiglia cosmopolita, casa a Roma in piazza di Spagna, ricco, bello, affascinante, abile poeta, capace di maneggiare tre lingue, di tradurre dal greco e dall’inglese. In un primo momento aveva avuto delle simpatie per il regime fascista ma dopo il delitto Matteotti, ne comprese la violenza e si ravvide, facendo felice il padre. Non manca la storia d’amore: a 27 anni si innamorò perdutamente di un’attrice americana, quarantaquattrenne e famosissima, Ruth Draper, conosciuta durante una tournée italiana dell’artista. Non c’è che dire, gli ideali uniscono e loro due, Lauro e Ruth, amavano follemente la libertà e disapprovavano – per usare un eufemismo – il fascismo.

La parola a Grasso: «De Bosio era un più che promettente poeta, lanciato verso il successo, tanto da piazzarsi al secondo posto con “Icaro”, una tragedia in versi – non bellissima, in verità – alle olimpiadi di Amsterdam: allora alle olimpiadi si premiavano anche le menti, non solo le prestazioni dei corpi».
De Bosis poteva avere tutto ma si condannò a morte: quando la sua società segreta venne scoperta, si rifugiò a Parigi dove prese dieci lezioni di volo: più avanti capirete perché. «La prima lezione di volo fu un fallimento. Dopo un’ora e mezza di bici bevve tanta acqua a stomaco vuoto e, al termine dell’esercitazione, vomitò».

Ma l’impresa che aveva deciso di compiere cominciava a prendere forma. Sta per arrivare la «pioggia» del dissenso: «Il 3 ottobre 1931, una nuvola avvolse le strade di Roma, quelle più di altre simbolo del fascismo: piazza Venezia e il suo balcone, la vicina via del Corso. E una pioggia bianca iniziò a posarsi sulla Capitale: si trattava di 400 mila volantini liberati da De Bosis che, su un Messerschmitt, sorvolava il cielo di Roma. “Dopo anni vi accorgete che avete avuto il più tirannico e corrotto di tutti i governi?”, è una delle frasi che si leggevano sui volantini. Una beffa per il duce. Purtroppo, nel tentativo di ritornare in Corsica, Lauro si inabissò nel Tirreno». Ecco Icaro che ritorna, come se l’idea del volo e della caduta fatale fosse scritta nel destino di De Bosis.

«Lui si era nutrito di cultura risorgimentale, l’ardimento e l’audacia gli appartenevano e poi il senso della vita, della morte, del sacrificio erano allora differenti da quelli odierni. Voleva vivere ma era consapevole del rischio che avrebbe corso: nel 1930 al buio, non si poteva atterrare. Lauro avversava la verità di Stato, quella verità unica che Mussolini aveva imposto al Paese, al punto da sacrificare la sua vita con un gesto eclatante. Ma il suo fu un sacrificio in parte inutile perché pochi in Italia conoscono Lauro, io l’ho scoperto curando il carteggio tra don Luigi Sturzo e Salvemini in cui si parla molto di questo giovane».

Nel libro trovano spazio le vite devastate e irrequiete degli esuli antifascisti, Nitti, Pertini, i fratelli Rosselli; compare Pirandello, quando Lauro e Ruth vanno a vedere in teatro «La colonia». Ma dominano Ruth e Lauro: non si può sorvolare sulla storia d’amore tra i due, eterna, oltre la morte. Una relazione intensa che non elide il concetto di libertà: «Ruth aveva sempre pensato più al teatro che alle relazioni amorose e si interrogò a lungo su quell’attrazione, era piena di dubbi ma nessuna considerazione la allontanò da Lauro. Eppure era una donna estremamente amante della libertà, perfino nel suo lavoro. Amava recitare da sola sul palco, interpretando lei stessa tutti i personaggi, fossero tre generazioni di donne o una telefonata con diverse amiche. Non condivise l’idea del volo di Lauro ma non fece nulla per fermarlo per rispetto alla sua libertà».

Ruth tornerà in Italia dopo la morte dell’amato, incontrerà la sua amatissima madre, manderà denaro alle famiglie degli amici di Lauro prigionieri e, negli States, finanzierà una cattedra dedicata a De Bosis, il cui primo professore fu Salvemini. Lauro, da poeta qual era, le scriveva lettere che non avrebbero lasciato impassibile alcuna donna: «Custodire come grande obiettivo il diventare più degno di quegli occhi». E ancora: «Ogni istante che ho passato con te mi ha un po’ elevato». Firmato Lauro di Ruth.

© Riproduzione riservata

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