Sabato, 28 Gennaio 2023
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L'INTERVISTA

"La fuga di Anna": sulle tracce della vita scomparsa con lo scrittore messinese Mattia Corrente

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L'anziana Anna di colpo sparisce e il marito Severino si mette a cercarla in giro per una Sicilia tramata di ricordi che diventa luogo di scoperte
Messina, Cultura
"La libertà è sapere dove non vuoi più stare". Mattia Corrente

«Guardami, Anna»: comincia così il sorprendente esordio letterario di Mattia Corrente, giovane scrittore messinese di Librizzi: “La fuga di Anna” (Sellerio). Ma quell’appello non viene rivolto solo dal vecchio Severino alla moglie, scomparsa d’improvviso e che lui va a cercare, in un singolarissimo viaggio attraverso mezza Sicilia, tra Stromboli, Siracusa, Tindari, Messina. È il primo invito al lettore, che subito viene coinvolto in un meccanismo di rara perfezione, soavemente pirandelliano, dove ogni cosa si rovescia nel suo opposto, le certezze vacillano e ciascun personaggio, prima o poi, deve fare i conti con tutti i sé che non è stato, ma che ha seminato in qualche punto della vita.

Il percorso di Severino, alla tenace ricerca delle tracce di Anna, è in realtà un percorso all’indietro nella loro lunga storia familiare, nel tempo più che nello spazio, a cercare il senso d’una sparizione che lui non comprende, che sovverte tutta la loro vita di piccole abitudini e assuefazione reciproca (l’unico figlio, Antonio, vive a Milano). E invece quella vita sommessa rivelerà le sue voragini, alcune aperte molti anni addietro, a partire dalla sparizione – altrettanto inspiegabile e improvvisa – del padre di Anna, Peppe; altre spalancate nel momento in cui Anna si confronta con la maternità, crocevia (e croce) del romanzo. Una maternità pervasiva, una catena che a volte unisce, a volte separa.

«Ho imparato ad amare, con questo romanzo – dice l’autore (che stasera a Messina incontrerà i lettori al Circolo della Borsa) – a sentirmi responsabile di qualcuno, a prendermene cura». E sì, sta parlando di maternità, anche se parla del suo «patto coi personaggi: vivete, e io vi lascerò liberi». Ed è proprio quello il tema: cos’è, e che prezzo ha la libertà? È vagheggiamento, è elemento di tensione dentro le famiglie come dentro i generi (la vera contrapposizione qui però non è tra generi quanto tra generazioni), in un mondo patriarcale e vessatorio per le donne e le loro scelte.

Ma soprattutto scopriamo presto che ogni libertà agita diventa prigione per qualcun altro, o spaesamento per sé, di sé («La libertà è sapere dove non vuoi più stare»); ogni amore è atto di violenza, ogni resa un sopruso. E ad ogni passo, per ogni “io” che scegliamo, nella “confederazione di anime” che è la nostra anima, nelle moltitudini che ciascuno di noi contiene, facciamo strage dei quegli “io potenziali” che non abbiamo voluto o potuto essere.

«Lo sento come un romanzo di deflagrazione identitaria: identità che esplodono, e tutti i frammenti sono tanti sé sparsi ovunque», dice l’autore. Un tema potente del libro è infatti quello del doppio, a partire dalla gemella di Anna, Nina, identica e opposta, immagine amata e combattuta.
«Un tema che ha un innesco autobiografico: mia madre ha una gemella identica, e da piccolo questa cosa mi colpiva. Pensare che può esistere un doppione di te, magari migliore di te, che se ne va in giro, mi terrorizza e mi affascina. Noi stessi, ma quali? Siamo un abito per ogni persona che incontriamo. Quanto torno in un posto in cui sono stato c’è un altro me che è rimasto lì: i luoghi trattengono l’identità».

Ciascun personaggio si specchia, si confronta con immagini di sé che non riconosce, che persino non accetta, e ciascuno tenta di seppellire quella parte di sé, segnata dalla colpa o anche solo dal dolore: tutto il romanzo, che è un fitto andirivieni – governato con miracolosa perizia e grande maturità – tra spazi, tempi, luoghi, età, è tramato di oggetti («esistono oggetti-evento – dice Mattia – che contengono storie da raccontare, un’energia potenziale che aspetta di diventare energia cinetica»), abiti (e scarpe!), segni che cambiano di posto e di senso e ci spingono, centimetro per centimetro, al più classico e assieme al più imprevisto e perturbante dei disvelamenti.

«A cucire e scucire il tempo sono i personaggi, le loro voci – aggiunge – e ogni tanto ci sono piccoli momenti di disordine, come altrettante “mine temporali” su cui poggiano il piede...». E boom, le identità deflagrano, i tempi si scompongono e si riassestano.
Con una tecnica di montaggio raffinata, nell’andirivieni di passato e presente tessuto da tre diverse voci narranti, ricomponiamo una sorta di geologia dell’identità, che procede per stratificazioni: l’Anna che non voleva sposarsi, l’Anna scettica sulla maternità, poi l’Anna madre entusiasta e – come recita l’esergo, che contiene tutti i semi della narrazione – Anna «dall’amore implacabile», infine l’Anna fuggitiva, che sfugge a noi lettori così come a Severino.

E l’ “indagine” sulle sue tracce, come sempre accade, finirà per cambiare soprattutto chi la conduce. Anche se è un giovinotto d’ottant’anni.
«E se quando siamo al tramonto ci invaghissimo della libertà, anche se è tardi? – chiede, sornione, Mattia – . M’affascinava la vecchiaia come momento di riscatto. Quanta bellezza c’è, quanta saggezza c’è, in questa irresponsabilità…».

La sua scrittura è esatta e risonante, con un sapiente uso del dialetto «come lingua fortemente identitaria», e nutrita di modelli lungamente meditati, da Pirandello a Hemingway, da Dostoevskij e la sua «polifonia dell’umano» a Munro e Carver. E delinea una Sicilia lussureggiante e potente, i cui elementi sono in continuo dialogo coi corpi e le anime, di cui influenzano le trasformazioni alchemiche: ortiche, vetriole, eriche ed erba viperina, ma anche sabbia e roccia, pietra e onda – elementi d’un paesaggio che è innanzitutto emotivo e interiore – filtrano luci e voci, rilasciano aromi, s’attaccano agli abiti, alla pelle, ai gusci vuoti che siamo. «Ho parlato di luoghi che conosco bene, e quei colori che ho sempre sentito come miei».

Non c’è amore che redima, o fortuna che salvi: siamo tutti, uomini e donne, imperdonabili, e i nostri egoismi così come le nostre generosità costruiscono prigionìe, per noi e per gli altri. E le colpe, le scelte dei padri ricadono sui figli, e allora la possibilità starà solo nella quantità di disobbedienza e resistenza che ai figli, malgrado tutto, malgrado il nostro amore vorace e spietato, abbiamo saputo trasmettere. Allora la fuga di Anna dobbiamo cercarla nelle fughe degli altri, nelle azioni degli altri. «Peppe condanna tutti, con la sua sparizione. Eppure è quello che più ha l’ossessione e il bisogno di libertà. Antonio invece la libertà la sperimenta: rompe il cerchio».

Decisamente, non un romanzo che consola, eppure un romanzo di feroce speranza. «Mi sono chiesto – dice ancora l’autore – : tu, Mattia, cosa vorresti leggere? E mi sono detto che non ho bisogno d’un romanzo che t’ammaestri, ma che ti racconti l’imperscrutabile. Non che ti spieghi come funziona la vita, ma che ti ponga problemi sulla vita».

Certamente non un romanzo di ripiegamento e sconfitta: anche se a prezzo di rotture e soprassalti, di brusche disillusioni, esiste una finestra di cielo, una possibilità di ritrovarsi, di pacificarsi. Alla fine siamo grati all’autore per averci apparecchiato quest’odissea al contrario, per averci fatto intravvedere una vecchiaia non sconfitta, e averci fatto sentire sulla pelle ogni soffio d’aria, come la voce profumata dell’isola.

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