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L'OPERA

Quella notte del 1908, sullo Stretto di Messina: il nuovo romanzo di Nadia Terranova

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La scrittrice sul suo ultimo, atteso romanzo. Il terzo capitolo (che diventerà un film) d’una umanissima trilogia dei sopravvissuti

Sopravvissuti, fantasmi, la memoria come lento processo di riparazione, ricostruzione del passato e costruzione del futuro, perdite e dolori che si trasformano in scelte, i fili sottili che legano assieme le comunità, con la forza dei legami che si scelgono, si accolgono, si dichiarano, la potenza del femminile, pur con le sue carcerazioni e cattività, lo Stretto come luogo mitico e quotidiano, crocevia di Storia e storie, orizzonte intimo e condiviso: ci sono tutti i mondi narrativi di Nadia Terranova, scrittrice “strettese”, voce autorevole e amatissima, in “Trema la notte” (Einaudi), il nuovo, atteso romanzo in uscita martedì. A quattro anni da “Addio fantasmi” (nella cinquina del Premio Strega 2019) e dopo una lunga serie di libri, Nadia Terranova torna sullo Stretto, luogo d’origine e ombelico sacro del suo narrare, di “strettese” lontana ma che non smette di tornare sulle sue sponde, d’interrogarne il formidabile potere, l’inestinguibile bellezza. Ed era inevitabile che, prima o poi, arrivasse a quella grande cesura della storia, quella voragine che per tutti noi che su queste sponde viviamo è ancora in qualche modo presente, ha un suo modo di proiettare ombra sul passato, sul presente: il terremoto che nel 1908 distrusse Reggio e Messina. Centomila vittime, un buco nella memoria.
Le storie parallele, e poi drammaticamente coincidenti in un unico, decisivo istante, della messinese Barbara Ruello – ragazza ribelle in lotta col padre, il matrimonio combinato e tutte le catene imposte al femminile, che resta incinta (come incinta è la scrittrice, in attesa della prima figlia) – e del reggino Nicola Fera – bambino vittima d’una madre folle e d’un padre assente – ricapitolano e riassumono la tragedia collettiva: a loro il terremoto toglie tutto ma consegna sconcertanti doni, come un’imprevista, «spaventosa» libertà («Non avrei mai sospettato che la libertà si sarebbe presentata a me vestita da baratro»), un rimescolamento dei destini che in 22 capitoli, ciascuno dei quali – secondo un’ardita e sapiente scelta narrativa – “intitolato” a uno degli Arcani maggiori dei Tarocchi, dall’“Appeso” al “Mondo”, li condurrà assai lontano dal punto di partenza.
Una catastrofe, che è “capovolgimento” ma anche “riavvolgimento, intreccio”: la distruzione, ma anche un proliferare di storie, una disperata, sfavillante mitopoiesi che – come una stesa di tarocchi, il cui potere d’intreccio narrativo è potenzialmente illimitato – continua più d’un secolo dopo e s’incarna, ora, in questo romanzo. Perché la letteratura serve a questo, anche: ridarci il passato, riparare la memoria e rifarci lo sguardo, che è tutto ciò che ci serve per il futuro. E questo libro – come talora accade alle narrazioni più fortunate – farà germogliare ancora altro immaginario, dal momento che Picomedia ha acquistato i diritti per cinema e tv.

Nadia, tornano i sopravvissuti...

«Diciamo che è una trilogia dei sopravvissuti. Negli “Anni al contrario” il tema era sopravvivere all’infanzia; in “Addio fantasmi” sopravvivere ai propri fantasmi; qui sopravvivere a una catastrofe che riguarda un’intera comunità, una regione che non segue i confini materiali o politici di Calabria e Sicilia, ma è proprio una “bolla” che possiamo isolare, con due lembi di coste e una striscia di mare. Dentro, la faglia del terremoto è onnipresente e continuamente “parlante”, anche se noi non l’abbiamo ascoltata fino in fondo: queste due città hanno urlato a lungo, ma noi non volevamo sentirle. Ognuno di noi può squarciare questo gigantesco silenzio con gli strumenti che ha: io ho usato gli strumenti della scrittura. Da tanto tempo m’interrogavo sul rimosso del 1908 come polo dei miei rimossi: prima ho studiato, tanto, poi ci sono entrata dentro inventando storie, le due che s’intrecciano nel romanzo».

Queste terre talora soffrono d’una sorta di cecità, estesa anche al passato, quasi un alibi collettivo per cui «qui non c’è memoria». Secondo te è vero?

«No, non è vero. Un processo lento ma necessario è la trasformazione del ricordo personale in memoria collettiva. Ed è quello che tocca fare coi grandi eventi storici. Come la Shoah. Perché i ricordi non diventino materia cristallizzata è necessario che divengano patrimonio di tutti, e non a caso c’è bisogno dell’invenzione. Di ritorno sui luoghi, di studio e di invenzione. Io credo che i ricordi ci siano, anche se molte famiglie sono arrivate dopo il terremoto, e tanti cittadini sono andati via. Il mio personaggio d’invenzione, Barbara, fa la scelta di non andarsene: io volevo testimoniare questa possibilità di mantenere la memoria restando, essendoci, vivendo. Io non mi sento d’appartenere del tutto a nessuna delle due categorie, chi va e chi resta, perché in parte me ne sono andata ma in parte ci sono. L’abbiamo la memoria, dappertutto. Sai cosa non abbiamo, spesso? Gli occhi per vedere tutti gli indizi di quella memoria, come testimoniano le condizioni in cui per anni abbiamo lasciato i resti della Palazzata, dei monumenti; la difficoltà con cui il nostro sguardo guarda la città immaginando com’era prima. Noi non siamo allenati alla memoria, ma c’è, dentro e attorno a noi, se ci alleniamo sarà più semplice vederla... Io volevo mettere il mio tassello al racconto d’un grande evento: inventare storie può contribuire a questo processo. Ora è possibile che la mia storia si trasformi in un film. Farebbe un gran bene a queste terre...».
Intanto un piccolo, concreto frammento di memoria recuperata è nella figura di Letteria Montoro, finissima scrittrice messinese dell’800 su cui davvero è calato l’oblio, e che a partire dalle pagine di “Trema la notte” potrebbe e dovrebbe tornare a occupare un suo posto nella storia della città e della letteratura, in particolare col suo romanzo “Maria Landini”, di cui esistono ormai pochissime copie: «Un racconto vivacissimo e molto colto. Mi offro per scrivere una prefazione», dice Terranova. E speriamo che un editore sensibile ascolti quest’appello, prosegua questa catena virtuosa di recuperi. Ma qui incrociamo un’altra area tematica cruciale, per Nadia Terranova: «La storia della letteratura viene raccontata dagli uomini, anche ignorando scrittrici meritevoli, e dobbiamo uscire dall’equivoco che la letteratura scritta dalle donne sia solo rivolta alle donne: è per tutti, esattamente come quella scritta dagli uomini. Dobbiamo pareggiare i conti». Letteria, questo è per te. Per noi.
Hai fatto una scelta stilisticamente forte: per ogni capitolo uno dei Tarocchi.
«I miei personaggi, Barbara e Nicola, procedevano come in un cerchio o in una grande stella di figure, di quelle potenze archetipiche contenute nei tarocchi. Italo Calvino lo sapeva, ci ha giocato, Margaret Atwood lo sa, in una lectio magistralis parla di tre carte che l’hanno aiutata a sbloccarsi in tre momenti della sua vita. Anch’io ci ricorro: in quella combinazione tra casualità e sacralità e nel modo in cui quella carta si abbarbica a ciò che stai vivendo io trovo una summa di potenzialità enorme. I tarocchi sono una strada».

Un percorso possibile tra infinite narrazioni. E questa tua ha anche una lingua assai particolare, antica e nuova...

«Per il lavoro sulla lingua mi sono ispirata al modello Bellonci. Sapevo che questa storia doveva raccontarla Barbara, e dopo che ho avuto chiaro come parlasse Barbara ho riscritto tutto: non poteva parlare come nel 1908, ma nemmeno come una nostra contemporanea. Si deve fare una sorta d’operazione di doppia finzione, e trovare un punto, linguisticamente, un equilibrio». A partire da parole “forti” e connotate (accalmia, vociatori, litaniare...).

E poi la doppia gestazione, e il gioco di specchi: il romanzo e la tua gravidanza, la tua e quella di Barbara...

«Io avevo già deciso che Barbara restasse incinta, non ero sicura di cosa avrebbe fatto, poi sono rimasta incinta, e ho cominciato a scrivere in parallelo. Di certo, nel momento in cui le due cose hanno coinciso è successo un fatto, che è umano e letterario insieme: quelle pagine sono diventate corpo. Io ho dato a questo evento già stabilito, elaborato concettualmente, un corpo che forse altrimenti avrebbe avuto in modo diverso. In un momento in cui la vita si è così incredibilmente sovrapposta io dovevo dare a questa protagonista tutto quello che sapevo. Nel momento in cui tu hai un’occasione narrativa, e viene dal tuo corpo, non coglierla è assurdo, non puoi esser cieco di fronte alla vita che accade: la scrittura è una spugna, si nutre di quel che c’è».
Mosaico, spugna, opportunità, recupero della memoria e ricetta di sopravvivenza al male, alla morte, alle macerie, all’oblio. Possiamo chiedere di più, alla letteratura?

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