Mercoledì, 27 Ottobre 2021
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A Taobuk la giustizia che cura e ripara

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Alla kermesse la ministra Marta Cartabia e la giornalista Benedetta Tobagi
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La ministra della Giustizia Marta Cartabia

Inizia dal mito delle Eumenidi la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ospite di Taobuk 2021 assieme alla scrittrice e giornalista Benedetta Tobagi, per parlare di giustizia a partire da quell’immenso paradigma che è la tragedia di Eschilo. Un racconto archetipico che, per l’energia di reiterazione propria del mito, permetteva agli antichi – come a noi oggi – di riflettere sugli aspetti complessi della giustizia. «Ci deve essere un sostrato immutabile nella natura umana perché testi scritti 2500 anni fa tocchino gli aspetti più profondi della nostra emotività» ha detto la ministra cogliendo le suggestioni del capolavoro eschileo proposte alla Cartabia e alla Tobagi sia dalla giornalista Elvira Terranova – che ha introdotto l’incontro “Una parola di giustizia” – sia dalla moderatrice della conversazione, la saggista e giornalista Nicoletta Polla Mattiott.
La potenza della tragedia eschilea consiste proprio in quella “svolta di civiltà” che consente di passare dalla vendetta al logos, aprendo un dia-logo, appunto, tra le parti. Oreste si confessa colpevole e così viene istruito un processo da un tribunale per volontà di Atena che con Apollo ammonisce gli dei a non fare errori perché dall’ingiustizia nasce sventura. Ecco, è tutto lì il tema del riconoscimento connaturato alla parola di giustizia sui quali la Cartabia e la Tobagi hanno portato la loro testimonianza di profondo valore etico. Oreste verrà assolto, cosa che non cancella la colpa, ma è proprio il riconoscimento della verità che apre la possibilità di discussione tra le parti, attorno a cosa sia giustizia e se possa esserci una giustizia riparativa. Che non coincide affatto con il perdono, bensì con un’esigenza di chiarezza e di conoscenza. E se il mito nella sua capacità di risonanza non si fa schiacciare dalla semplificazione, è proprio da lì, da quel paradigma che bisogna ripensare la complessità della giustizia.
Qualsiasi delitto, qualsiasi fatto di violenza, anche quello più privato, assume una dimensione pubblica, hanno ricordato la Cartabia e la Tobagi, proprio come nei fatti luttuosi dell’Orestea. Per la Cartabia «ogni fatto drammatico provoca la rottura di un rapporto tra la vittima, il colpevole e la comunità, allora quel rapporto va risanato, rigenerato, ed ecco la giustizia riparativa che porta con sé la speranza di rinascita». «Ma la parola giustizia è così carica di aspettative – ha continuato la ministra – che un passaggio imprescindibile è ricostruire da un punto di vista storico ciò che è accaduto».
«Molti si sono chiesti che senso avesse dopo tanti anni la questione della estradizione dei terroristi rifugiati in Francia. Io credo, invece, che ci sia bisogno di chiarezza perché nella dottrina Mitterrand c’era un equivoco di fondo, che quelle persone fossero considerate perseguitati politici». La memoria non è statica, ha le gambe, sono le parole di Gemma Calabresi citate dalla ministra, e pure i colpevoli, i terroristi, come i familiari delle vittime hanno un loro percorso di vita. Si può relegarli a quell’atto compiuto? Sicuramente no, ma se i fatti più tragici, il male commesso o ricevuto ci interroga sulle tempeste emotive degli esseri umani, il fatto che sia passato del tempo non può far dimenticare il dovere della chiarezza.
«La verità, la chiarezza sono fortemente curativi per se stessi e per la comunità. La verità deve essere saputa, non basta saperla e anche se è difficile ed è lungo e doloroso arrivarci, è necessario farlo» ha ricordato la Tobagi, testimoniando le sue forti esperienze personali nell’accompagnamento e nell’ascolto di detenuti, ma rivolgendo alla ministra un appello per la necessità dell’esecuzione della pena e per lo snellimento dell’iter processuale. Solo allora si potrà parlare veramente di giustizia riparativa.

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