Sabato, 14 Dicembre 2019
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LIBRI

Il filosofo Mancuso: "Essere migliori si deve, si può"

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Sente l'urgenza della questione antropologica, avverte il forte malessere sul tema “uomo”, sulla disaffezione che ci contagia, il professor Vito Mancuso, teologo e filosofo, perciò nel suo ultimo libro “La forza di essere migliori” (Garzanti), che segue a “Il coraggio di essere liberi”, “Il bisogno di pensare” e “La via della bellezza” (tutti Garzanti), dopo libertà, pensiero, bellezza, riflette sulle virtù. Se la vita etica - scrive nel capitolo dedicato alla coscienza - è un laboratorio e se avere una teoria è la prima condizione per compiere un esperimento, a partire dalla teoria con la quale sostiene il primato del bene e quindi della necessità che vi sia un soggetto capace di bene, analizza, come uno sperimentatore, cosa sia la coscienza, per giungere a sostenere la possibilità della coscienza morale e dell'azione responsabile. Ecco, la responsabilità, una virtù tra quelle analizzate da Mancuso - che domani incontrerà il pubblico messinese al Salone delle Bandiere, alle 17.30, su iniziativa della Piccola Comunità Nuovi Orizzonti (che promuove il ciclo di seminari “I lunedì della parola” assieme al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina, al Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell'Università Magna Graecia di Catanzaro, all'associazione Mons. Oscar Romero, alla Chiesa Valdese di Messina, al Segretariato per le Attività Ecumeniche e al Movimento Eucaristico Giovanile di Messina), di cui sentiamo l'urgenza per la stessa nostra sopravvivenza sul pianeta. E come diventare responsabili? Acquisendo la forza di essere migliori, praticando il bene, assumendo un comportamento etico, perché «l'etica è paragonabile a un ponte tra il singolo e il mondo, e il suo compito è anzitutto la costruzione di tale ponte».

Professore, essere migliori, diventare migliori è diventata un'urgenza per la nostra sopravvivenza sul pianeta. Ma come si acquisisce la forza di esserlo?

«La mia convinzione è che il primo passo è comprendere che dobbiamo diventare migliori, e comprenderlo non è per nulla scontato. Bisogna capire di essere in difetto o nella colpa o nel peccato, comunque si voglia dire, questo il primo passo; non puntare sempre e solo il dito fuori di noi, indignandoci per la famiglia, per la scuola, per la politica, per la finanza, per l'ambiente. Bisogna rientrare in sé per farlo. E la coscienza morale consiste proprio in un fatto cognitivo: una volta compiuto questo passo, è da qui che bisogna attingere motivazione, energia, trovare il carburante per alimentare questa pompa. Quindi due sono i passaggi: il primo è la guarigione. Quando si capisce che si sta male, quello è l'inizio per voler guarire. Essere migliori significa voler guarire, non essere prigionieri del male, non essere cattivi. Le parole rivelano molto e il nostro “cattivo” che deriva dal latino “captivus” ci dice molto sul fatto che il male ci imprigiona, il bene ci fa sentire migliori. Il secondo passaggio, strettamente legato al primo, è la bellezza, il fatto estetico che diventa fondamento del fatto etico».

Essere e diventare migliori significa praticare il bene. Lei, che dice di essere nel laboratorio dell'etica uno sperimentatore, sostiene il primato del bene. E quindi che ci sia un soggetto capace di bene. Ma data la permanenza del male nel mondo, è così? Insomma, lei è ottimista o no?

«Ottimista con moderazione. Credo che ogni essere umano, se è onesto con se stesso e sente il richiamo di qualcosa di importante oltre il proprio interesse quotidiano, può praticare il bene. Dunque sono ottimista. Ma se lei mi chiede se da qui al prossimo futuro questo possa avvenire, le dico che non lo so. Io sono ottimista sulla riuscita del lavoro morale. Ci sono due esigenze: l'urgenza per la nostra stessa sopravvivenza ed essere capaci di fare il bene».

E dunque, professore, parliamo di coscienza, la cui trattazione mi pare fondamentale nel suo testo. Fare il bene è un fatto cognitivo?

«Sì, ha detto bene, il capitolo sulla coscienza è uno snodo essenziale del libro. Io sono molto interessato alla ricerca antropologica: cosa siamo noi umani, come sono gli esseri umani, l'essere umano è capace di intendere il bene e di volerlo realizzare? Cosa è la coscienza? È possibile ancora sostenere l'esistenza di una coscienza morale? Dopo aver esposto varie teorie, da Platone agli scienziati e ai filosofi della mente odierni, io concludo che esiste un soggetto umano capace di bene, grazie a quella energia interiore che chiamiamo coscienza».

Questo suo studio è un trattato sulle virtù cardinali, di cui Lei fa un'analisi accurata; ma ne aggiunge quindici che, se non sono riconducibili alle virtù cardinali, ovviamente presentano chiare relazioni con esse. Tra le quindici vorrei soffermarmi sulla responsabilità, forse ciò di cui abbiamo urgenza e che sembra latitare.

«Responsabilità è parola che rimanda alla coscienza morale. Responsabile significa essere capaci di risposta. Una persona, una città, la politica deve rispondere. Le parole svelano e rivelano e il termine responsabilità contiene in sé i termini latini “spondeo-sponsio-sponsalia”, che rimandano alla promessa di fidanzamento, alla parola data, alla lealtà. Riguardo a quel che lei dice, di una responsabilità che latita, non sono d'accordo. Ho 57 anni, sufficienti per ricordare che da bambino non è che intorno si brillasse per responsabilità. E vogliamo ricordare Dante, Machiavelli, e, più indietro, Platone, tanto per citare i primi nomi che mi vengono in mente, come persone che hanno denunciato la mancanza di responsabilità che vissero sulla loro stessa pelle? È vero che la coscienza morale si sente straniera guardando il mondo, ma è una costante delle epoche, delle società».

In questo suo libro, il suo principale punto di riferimento è stata la nostra ricchissima tradizione occidentale, sia classica che cristiana che filosofica, ma Lei si confronta molto spesso con quella orientale e soprattutto con il confucianesimo e con il buddhismo. Quanto è importante confrontarsi?

«È importante rimanere fedeli ed essere grati alla nostra tradizione occidentale, ma faccio di tutto per confrontarmi con quella orientale, scoprirne la ricchezza. Oggi non è più proponibile un discorso fondato su una sola religione o su una sola tradizione, a partire dalla classi scolastiche dove vi sono ragazzi di varie nazionalità. Il confronto bisognerebbe viverlo come mezzo arricchente, e io, sì, sento una grande attrazione per confucianesimo, taoismo e buddhismo. Me ne sento fecondato, arricchito. Pensi che negli stessi anni in cui viveva Aristotele, il filosofo della scuola confuciana Meng-tzu, latinizzato in Mencio, offre una prospettiva consonante a quella aristotelica»

Come sempre, professore, Lei nei suoi libri predilige l'analisi etimologica. Perché?

«Sì, mi soffermo sulle etimologie dei termini, sull'origine della parola, perché le parole sono uno dei pochi punti fermi per il pensiero. C'è tanta confusione, c'è tanto caos nella stessa parola, ecco perché è bene ristabilire un certo ordine. Un lavoro che si dovrebbe fare in tutti gli ordini e i gradi scolastici, non solo per chi fa studi classici».

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