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EOLIE

Via libera della Regione al "Museo della Pomice" di Lipari

Nel Settecento Lipari era conosciuta come «l'immenso magazzino che fornisce la pomice a tutta l’Europa»
Messina, Cronaca
Cave di pomice a Lipari

A Lipari nasceranno un Museo e un Parco geominerario della pietra pomice. Lo ha deliberato il governo Musumeci, allo scopo di preservare e valorizzare l’antico patrimonio economico-culturale presente nella più grande delle Eolie. Il progetto potrà anche riguardare attività e azioni nelle ex aree della cava, sia per salvaguardare lo stato di sicurezza, sia per riqualificare e restituire questi luoghi alla comunità isolana e ai visitatori.

"La storia dell’estrazione della pomice e dell’ossidiana sull'isola - afferma il presidente della Regione Nello Musumeci - ha radici antiche e rappresenta un’attività di rilevante valore, da proteggere e promuovere. Il governo regionale lavorerà affinchè tale patrimonio non si disperda, ma anzi venga adeguatamente tutelato e valorizzato, avviando tutte le attività necessarie alla realizzazione del progetto di istituzione del Museo della pomice e del Parco geominerario".

La decisione del governo regionale recepisce la analoga volontà espressa da alcune organizzazioni locali, dalla stessa amministrazione comunale e da alcuni quotidiani nazionali e personalità della cultura. In attesa di verificare l’esistenza di eventuali ostacoli burocratici legati alle ultime vicende della cava, l’assessore regionale ai Beni culturali ha già dato incarico alla soprintendenza di Messina di effettuare un un sopralluogo tecnico, nelle località di Acquacalda e Porticello, per verificare lo stato del vecchio mulino e degli stabilimenti. "L'obiettivo - evidenzia l’assessore Alberto Samonà - è quello di realizzare un Museo e anche un Parco geominerario con funzione didattica, per conservare la memoria e la storia dei luoghi e testimoniare il processo estrattivo e la storia della pomice attraverso foto, documentazioni, testimonianze, oggetti e ricostruzioni del ciclo di lavorazione. Un obiettivo che il nostro governo intende perseguire in collaborazione con l’associazionismo locale e con l’università messinese".

Per secoli le cave di pietra pomice di Lipari hanno raccontato una storia di tradizioni, bellezze, fatica e vocazione industriale della maggiore delle isole Eolie. Ora è tutto finito. Le cave sono chiuse da anni dopo il fallimento della società che le gestiva mentre i capannoni, gli impianti e i magazzini di stoccaggio sopravvivono in uno stato di abbandono. Che futuro si può pensare per quelli che la letteratura - da Alexandre Dumas a Curzio Malaparte - ha descritto come i «tesori di pietra"? Dopo anni di silenzio si comincia a discutere su una strada di salvezza e di richiamo turistico: fare delle cave e dei resti di un’industria scomparsa un museo minerario diffuso.

A dare a questa idea un respiro culturale è il Centro studi eoliano sostenuto da associazioni e istituzioni che hanno lanciato una campagna di proposte, non solo di denunce, sulla scia di un servizio del Corriere della Sera. Tutto parte dal bisogno di salvare almeno la memoria della pomice che con l'ossidiana è stata una grande ricchezza per Lipari. Quella pietra bianca leggerissima prodotta dall’attività vulcanica è servita per l’edilizia e come polvere sottile è stata impiegata anche nell’industria cosmetica. Nel tempo la pomice ha dato vita così a un commercio molto sviluppato se è vero che già nel Settecento Lipari era conosciuta come «l'immenso magazzino che fornisce la pomice a tutta l’Europa».

La pietra bianca è servita anche a costruire la cupola del Pantheon. Di questa tradizione come delle tipicità naturali dell’arcipelago siciliano l’Unesco ha certamente tenuto conto quando nel 2000 ha proclamato le isole Eolie patrimonio dell’umanità. Ha riconosciuto, oltre alla bellezza del sito, i "peculiari aspetti vulcanici delle isole».

La storia dice che la pomice è stata certo una grande ricchezza ma ricorda anche che la sua dimensione industriale ha sopportato costi umani per le scarse tutele sanitarie dei cavatori e per il sistema di sfruttamento che concessionari e commercianti avevano imposto.

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