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LA STORIA

Da Milano torna a Messina, la "lezione" di Katia, insegnante della "gentilezza" - VIDEO

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"Mi sono accorta il vero lavoro di insegnante era proprio lì, dove gli altri dicevano che non c'era speranza"

«La mamma ci ha rubato tutte le Barbie». Dal cassetto dei ricordi aperto per l'occasione ne riaffiora, in particolare, uno rimasto vivo. Una confidenza di Alice fatta a Giada. Ma chi sono le ragazzine che parlano di questo furto particolare? Sono le figlie di Katia Gussio. Una maestra speciale che svaligiava la stanza dei giochi dei figli, ben 4, per popolare quella delle sua seconda casa, la scuola, in un periodo in cui non vi erano molti investimenti e bisognava colorare l'ambiente dei più piccoli tendendo una mano.

Katia è molto amata nella città dello Stretto e ultimamente ha occupato la cronaca per essere diventata insieme con la collega Valentina Paradiso “insegnante della gentilezza”. Un ruolo che nasce nel gennaio del 2020 dalla volontà dell'associazione di promozione sociale “Cor et Amor” di contribuire ad educare e proteggere i bambini con la gentilezza, mettendoli al centro della comunità.

«Faccio l' insegnante da ben 30 anni - racconta Katia -, credo che ogni giorno sia necessario spostare sempre più in alto l'asticella e fare qualcosa in più per costruire gli adulti di domani. Probabilmente il mio è un percorso di sacrifici, come quello di tanti miei colleghi, e cerco sempre di fare il mio dovere». Katia ricorda bene gli inizi: «A 23 anni sono andata a Milano. Per un mese mi ha dato ospitalità zia Lelia, che adoro, ma poi ho trovato una sistemazione vicino alla scuola dove lavoravo. In quel periodo si trottava tanto, ma ricordo che ogni volta che prendevo la metropolitana mi saliva il magone. Non c'era nessuno che mi chiamava per nome e la mia espansività si spegneva davanti a quei visi muti. E pensavo spesso a quando mamma mi rimproverava a Messina, invece, per tutte le volte che facevo tardi perché per strada puntualmente avevo incrociato qualcuno che conoscevo. Altri tempi in cui il telefonino non c' era».

La giovane però ad un certo punto decise di fare i bagagli e tornare al Sud: «Alla fine sono tornata un po' per convinzione e un po' per necessità. Inizialmente ho lavorato a Contesse, poi a Maregrosso». Un posto che allora, era anche di frontiera. «Mi sono ritrovata ad essere l'insegnante di bambini con una grande fragilità emotiva e molti dei loro genitori vivevano di espedienti. Non è stato facile, ma poi ho capito che il vero lavoro era proprio lì, dove gli altri dicevano che non c'era speranza».

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Messina

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