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«Rotta la calma apparente della mafia sui Nebrodi, ma c’è ancora tanto da fare»

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«Rotta la calma apparente della mafia sui Nebrodi, ma c’è ancora tanto da fare»

MESSINA

Tra qualche giorno andrà via dalla Sicilia il vice questore Daniele Manganaro, l’investigatore che sui Nebrodi in questi anni ha contribuito non poco a dare una decisiva spallata alla mafia. È stata, la sua, un’esperienza fondamentale e innovativa sul piano del contrasto alla mafia dei pascoli, dei contributi agricoli e del bestiame. La società civile, ci saranno tanti sindaci del comprensorio, il 4 settembre lo celebra con una grande cerimonia a S. Stefano di Camastra, un evento unico nel suo genere. Mentre lo Stato invece di farlo continuare a lavorare con i suoi uomini contro Cosa nostra lo ha mandato lontano da questa terra. Manganaro, prima di partire, ha accettato di rispondere ad alcune domande. Non l’aveva mai fatto prima d’ora. Tra ricordi e nuove prospettive.

- Lascia un territorio complesso e con sacche di forte presenza mafiosa. Rispetto a quando è arrivato che differenza c’è?

«Statisticamente sono stati azzerati i furti di bestiame, sono aumentati i controlli per la messa in commercio di alimenti nocivi per la salute umana, è stato inflitto un duro colpo al bracconaggio, ma principalmente abbiamo tirato fuori il problema delle agromafie, termine si può dire coniato da noi della task force. Infatti quando sono arrivato in questo territorio nel febbraio del 2014, non si conosceva neanche il termine “agromafie”, non esistevano tecnici dell’investigazione sull’argomento, nessuno voleva investire nel settore, sono stato fortunato ad aver trovato una Questura aperta a nuove realtà investigative, una Procura molto disponibile, un presidente del Parco dei Nebrodi, Antoci, pronto ad espugnare questo mondo nuovo, e dei collaboratori eccezionali. Abbiamo studiato ed approfondito una materia sconosciuta, facendo “Cassazione” su tanti argomenti; abbiamo intuito quale fosse il business della mafia degli ultimi 15 anni, collegato a terreni e pascoli».

- Secondo lei lo Stato è sufficientemente attrezzato sul piano investigativo per combattere le varie tipologie mafiose in provincia di Messina?

«C’è un problema di normativa mancante, per fortuna le truffe ai fondi comunitari sono state arginate grazie al Protocollo Antoci, ma andrebbe rivisto tutto il settore agroalimentare. Ad esempio per far passare la macellazione clandestina da reato contravvenzionale a delitto, andrebbero introdotti i reati di inquinamento alimentare e disastro alimentare, andrebbe creata una banca dati nazionale del dna animale. Andrebbero realizzati dei corsi di formazione per creare investigatori del settore, preparati, che ad oggi vedo solo nel ricordo di Tiziano Granata e Rino Todaro. Noi lo abbiamo fatto con la task force composta da vari operatori della polizia, del mondo della veterinaria, delle realtà venatorie».

- Sui Nebrodi c’è una situazione fluida in ambito criminale, c’è in corso una riorganizzazione secondo lei?

«Il problema sui Nebrodi non è mai stato debellato, c’è stato un lungo periodo di silenzio affinché le associazioni criminali potessero lucrare, senza essere scoperte, sui fondi europei, sul traffico di animali e sul commercio delle carni nocive alla salute umana. C’è stata solo una calma apparente, seriamente turbata dal nostro lavoro».

- Due suoi colleghi-fratelli, Tiziano Granata e Rino Todaro, con cui ha lavorato per anni, li ha dovuti seppellire. Le sue lacrime se le porta appresso? Cosa hanno rappresentato per questo territorio?

«Il loro ricordo, il loro sorriso, la voglia di vivere e di lottare, mi accompagneranno per tutto il mio percorso professionale. Hanno rappresentato e rappresentano un nuovo modo di fare investigazione, metodi vincenti nella lotta contro le associazioni criminali. Poliziotti che non si sono mai piegati ad un sistema marcio e corrotto, che non sono mai scesi a compromessi, che hanno anteposto la legalità ad ogni tipo di interesse personale e professionale, esempio di sprezzo del pericolo e forte dedizione al lavoro. I nostri informatori non mai stati i mafiosi che “vendono” i clan rivali, ma sono stati i sindaci, i consiglieri comunali, i rappresentanti di associazioni ed enti, i cittadini onesti, i professionisti e i tecnici delle materie da noi esplorate. È stata una “sicurezza partecipata” con la parte buona e sana della società, che ha deciso di reagire a questo sistema di forti corruzioni e collusioni».

- L’attentato all’ex presidente del Parco dei Nebrodi Antoci è stato forse il punto più alto della risposta mafiosa allo smantellamento dei guadagni milionari dei clan di tutta la Sicilia sui terreni del Parco. Prevede un nuovo innalzamento?

«Il Protocollo Antoci ha messo fine alle milionarie truffe ai danni della Comunità Europea. Certamente non resteranno a guardare, nel tempo si riorganizzeranno per riavere nelle mani un controllo del territorio che oggi è di gran lunga scemato».

- L’operazione “Gammainterferon” ha dimostrato come ci sia oltre alla “mafia dei pascoli” anche la “mafia degli animali”. A chi viene al suo posto che consigli può dare per proseguire?

«La “Gammainterferon” ha posto l’attenzione su tutta una serie di reati contravvenzionali che andrebbero riscritti, in quanto la somministrazione di cibi pericolosi non si può sottovalutare. Ma principalmente ha fatto luce su quella famosa “zona grigia” dove non si capisce chi rappresenta lo Stato e chi rappresenta le associazioni criminali. Non si deve mollare la presa, si deve continuare, in particolare con la prevenzione, altrimenti nel giro di qualche anno il sistema ritornerà in vita più forte di prima».

- Qual è il principale rammarico professionale ora che cambia la sua vita?

«Non poter più dare il mio contributo investigativo ad un territorio difficile ma straordinariamente bello dal punto di vista paesaggistico-ambientale».

- Quando si volterà, prima di andare via, cosa guarderà?

«Gli occhi smarriti di chi ha creduto in noi, sperando che i miei successori possano continuare l’azione con l’eccezionale personale rimasto».

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