Giovedì, 17 Gennaio 2019
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MESSINA

La stagione delle riforme
sale in cattedra

di
università, Messina, Archivio
Pietro Navarra

Non ha quella maschera ieratica che si fa volto, distintivo che si coglie nei quadri dei suoi predecessori, allineati in ordine cronologico in una galleria mummificata nell’anticamera del rettorato: Pugliatti, d’Alcontres, Cuzzocrea, Silvestri, Tomasello. E si capisce subito che l’immagine di Pietro Navarra stonerebbe in questa sorta di “itinerario” imbalsamato, dove la solennità cattedratica è un po’ ridondante: «Ho già detto che non voglio il quadro, ci sarà la mia fotografia. Cambieremo anche questo particolare della tradizione universitaria».

Non è solo la cesura generazionale (in media vent’anni in meno) a nutrire l’ansia riformista del giovane rettore. L’Università messinese ha bisogno di rifiorire, “spannando” la sua immagine opaca, recuperando potere attrattivo e capacità competitiva, con la consapevolezza che oggi la sfida non ha confini geografici.

Ma partiamo dal basso, cioè dalla città. Si avverte una sensazione di smarrimento rispetto agli scenari futuri. Ha una “rotta” da indicare?

«È un problema che coinvolge tante aree nel mondo, schiacciate da una crisi duratura rispetto alla quale non si vede una via d’uscita. Il timore della prospettiva l’avverte il giovane messinese o milanese che va a Londra per costruirsi un futuro. Non è così, per esempio, per il ragazzo di Shanghai o di Bombay. Noi dobbiamo sviluppare l’economia della conoscenza, offrendo le migliori condizioni a studenti e docenti per generare idee vincenti che poi avranno riflessi positivi sul territorio».

Per esempio?

«Penso al progetto SmartMe che abbiamo lanciato nei giorni scorsi. Una rete di informazioni per una città intelligente. Significa, per esempio, che se io devo acquistare un appartamento posso acquisire dati che mi consentono di fare analisi e valutazioni molto più approfondite. Ma penso anche al master per la gestione dei beni confiscati. I patrimoni sottratti alle mafie configurano la ricchezza di una grande multinazionale. Però non ci sono i manager adeguati per valorizzare questa grande opportunità. In entrambi i casi si creano condizioni per stimolare nuove figure professionali. Abbiamo ripreso l’idea dell’ospedale veterinario, un progetto per troppi anni trascurato. Invece può essere un fiore all’occhiello visto che in Italia non esiste una struttura simile. Ci siamo mossi in sinergia con l’Asp, riuscendo ad ottenere l’accreditamento europeo, grazie anche all’entusiasmo dei ragazzi di Veterinaria. Possiamo diventare un polo d’eccellenza nel bacino del Mediterraneo».

Missione nobile, ma l’Università deve fare i conti anche con una lunga fase di stagnazione che ha ridotto la sua capacità attrattiva.

«Abbiamo avuto un calo del 4% degli iscritti, ma è fisiologico. Stiamo reagendo. Non esportiamo solo competenze, da un anno e mezzo mi muovo con l’obiettivo di rilanciare i settori deboli della nostra offerta formativa. Ci saranno docenti di assoluto valore, di prima e seconda fascia, che entro fine anno arriveranno da Milano, Bologna, Padova e Londra. Non sono interessato agli scambi in ambito localistici, per esempio tra Messina e Reggio Calabria, Catania, Catanzaro».

Nuovi “innesti” per ridare slancio a settori deboli?

«Esattamente».

Quali?

«Quelli che hanno avuto una valutazione insufficiente sul piano della ricerca. Arriverà un fisiologo; abbiamo bandito concorsi per la “Neuropsichiatria infantile”, dove avevamo perso la scuola di specializzazione e per “Malattie infettive”. Nuova linfa anche per la facoltà di Economia; da Padova arriverà il prof. Scaramozzino, autorità riconosciuta in Italia e all’estero, che insegnerà Politiche economiche; un ingegnere informatico lascerà il Politecnico di Milano per insegnare a Messina. Ma non dimentichiamo che la nostra Università ha qualità riconosciute a livello nazionale, penso alle facoltà di Ingegneria, Fisica, Chimica».

Le matricole diminuiscono.

«C’è un problema demografico, sempre meno giovani, soprattutto al Sud, si iscrivono all’Università. C’è anche un sistema del diritto allo studio che non funziona. La Regione ha tagliato i fondi, da 14 a 4 milioni di euro. Così perderemo altri studenti. Non ci può essere futuro senza investimenti sulla conoscenza».

Ma neanche senza valorizzare meriti e legalità.

«Senza dubbio. Ci muoviamo anche in queste direzioni. Abbiamo riservato mezzo milione di euro per premiare gli studenti più bravi, 170 sono i ragazzi del primo e secondo anno che hanno avuto mille euro; a 70 i laureati, invece, abbiamo consegnato un premio di duemila euro. E questo incoraggiamento ha richiamato l’interesse delle aziende private che hanno finanziato borse di studio. Sul piano della legalità siamo riusciti a contrastare il fenomeno dell’evasione contributiva, grazie alla collaborazione con la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate. I furbi erano soprattutto quelli che si potevano permettere di pagare le tasse».

Meglio tardi che mai.

«Non posso rispondere sul lassismo del passato nell’azione di contrasto all’evasione. Ma abbiamo sanato anomalie macroscopiche anche sui rimborsi. Controlli confusi o inesistenti consentivano a persone di non pagare le tasse universitarie e di avere anche i rimborsi per quelle tasse che non versavano. Sul fronte della lotta alla corruzione abbiamo varato un piano all’avanguardia in Italia, con controlli puntuali e capillari a livello amministrativo ma anche sulla gestione della didattica».

Il rapporto con il Policlinico ha spesso provocato tensioni e divergenze radicali. Cosa c’è da correggere?

«Sosteniamo la sanità, il Policlinico è una grande risorsa, un punto di riferimento assistenziale e didattico. Chiediamo solo che i nostri sforzi economici siano riconosciuti. In questo senso abbiamo avuto un dialogo costruttivo con la Regione. Dal punto di vista della gestione il Policlinico di Messina ha i conti in ordine; Palermo e Catania devono invece sanare perdite rilevanti, rispettivamente venti e otto milioni di euro. Il punto riguarda la missione universitaria del Policlinico, prerogativa fondante e irrinunciabile. In precedenza questo aspetto era stato del tutto trascurato. Teniamo presente che nel nostro Policlinico tutti i dipartimenti sono integrati, cioè accanto all’assistenza c’è anche la didattica e la ricerca. Non è così a Palermo e Catania».

La struttura amministrativa come sta interpretando il nuovo corso?

«Devo dire che sono molto contento delle risposte fin qui registrate. Abbiamo varato un piano di revisione che ha comportato l’eliminazione del 46% delle posizioni organizzative, con risparmi notevoli per le casse dell’ateneo. Non conosco azienda pubblica o privata che abbia svolto un’azione così radicale senza affrontare proteste in piazza».

Significa che prima incarichi e indennità erano gonfiati?

«Esattamente. E sono queste zavorre che poi incidono nei fallimenti delle aziende. Il personale amministrativo ha saputo reagire con intelligenza e comprensione, consapevole della necessità di razionalizzare una struttura elefantiaca. In questo senso anche i sindacati hanno colto il valore della riforma».

E sul versante dell’offerta formativa?

Abbiamo ripensato il 48% dei corsi, con una svolta che ha impressionato anche l’agenzia nazionale di valutazione, tanto che ci hanno chiesto di spiegare il nostro piano alle altre università; nella graduatoria Messina è balzata dal cinquantesimo all’undicesimo posto. Tra le novità l’introduzione del merito per i ricercatori, per cui non paghiamo chi non produce risultati».

Da questo punto di vista sarebbe interessante capire quali “scoperte” scientifiche può vantare la colonia di politici e affini che ha trovato spazi e cattedre all’Università di Messina. A proposito di merito…

«Appunto. Non è più così».

E l’ex presidente della Regione Calabria Scopelliti?

«Ha smesso di fare il ricercatore da quando mi sono insediato. Non è una coincidenza. Semplicemente non gli abbiamo rinnovato l’incarico. Non è una persona che può insegnare niente a nessuno, almeno all’Università di Messina. Lo dico con estrema chiarezza».

In che misura il cognome Navarra e le sue evocazioni corleonesi hanno pesato nella sua vita?

«Non ho mai avuto problemi, né condizionamenti. Lo stesso vale per le persone con le quali ho rapporti, non ho mai percepito riserve o retropensieri. D’altronde sarebbe incomprensibile il contrario. Se qualcuno cerca la strumentalizzazione non è un problema mio. È stato un boomerang per chi ha provato a utilizzare argomenti impropri».

Cosa significa essere un uomo di potere?

«Penso subito alla responsabilità di chi lo deve esercitare. Se non si comprendono le conseguenze e gli effetti delle decisioni sulle persone allora si manifesta il pericolo, si commettono gli errori più gravi senza poi assumersi, appunto, la responsabilità. C’è un episodio che mi piace raccontare. Un rappresentante degli studenti in Senato accademico pose il problema delle barriere architettoniche e dei servizi per disabili che non funzionavano. Gli fu risposto che l’Università si stava attivando. Si perse tempo e uscì un articolo sul giornale dal quale emergevano i problemi denunciati dal ragazzo. Io ho ringraziato quel giovane. Noi eravamo in torto, non avevano rispettato gli impegni. Il potere impone serietà, altrimenti si fanno solo disastri».

 

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