Martedì, 22 Gennaio 2019
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MESSINA

Restituito il patrimonio all’imprenditore Franchina

giovanni franchina, Messina, Archivio

Dopo l’annullamento deciso in Cassazione un altro passaggio giudiziario fondamentale per il noto imprenditore messinese Giovanni Franchina, che nel 2011 subì un sequestro “per equivalente” eseguito dalla Guardia di Finanza tra beni immobili e mobili per quasi due milioni di euro, si trattava di una presunta evasione fiscale. Adesso il giudice monocratico Valeria Curatolo, accogliendo un’istanza del suo legale di fiducia, l’avvocato Nunzio Rosso, ha disposto la revoca dei sequestri effettuati a Franchina il 24 gennaio e il 9 febbraio del 2011, questo perché sono «venute meno le originarie condizioni di applicabilità del sequestro». Il giudice nel suo provvedimento spiega che «... l’annullamento degli avvisi di accertamento relativi agli anni 2007 e 2008... da parte della Commissione regionale tributaria/ Sezione di Messina», comporta «... la cessazione della persistenza della pretesa della amministrazione erariale in uno alla insussistenza attuale di qualsivoglia debito tributario in capo alla società », una condizione questa che «... comporta il venir meno dei presupposti del sequestro per equivalente in oggetto». Nei mesi scorsi, per la vicenda dell’imprenditore si era già espressa la terza sezione penale della Cassazione, che aveva disposto sul piano penale l’annullamento con rinvio del sequestro. I giudici romani avevano accolto il ricorso dell’avvocato Nunzio Rosso, che si era rivolto alla Cassazione dopo che il giudice monocratico e poi il Tribunale della Libertà avevano confermato il sequestro penale. Adesso, dopo il nuovo esame da parte del giudice monocratico Curatola, il sequestro è stato revocato. Nel 2011 la Guardia di Finanza appose i sigilli a 24 tra fabbricati e terreni, 5 conti correnti e titoli, per un valore complessivo che si attestava sul milione e 909 mila euro. Fu un’attività di polizia economico- finanziaria del Nucleo di polizia tributaria. Nel caso di Franchina venne anche “bloccato” il 70% del capitale sociale della società che era stata sottoposta all’epoca a verifica fiscale. Oltre ai conti correnti bancari, furono apposti i sigilli anche a un libretto di risparmio e ad alcuni titoli obbligazionari.

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