Sabato, 22 Settembre 2018
MESSINA

Un cinghiale ucciso
Scatta l’allarme Tbc

cinghiale, Messina, Archivio

 È ricominciata la caccia ai cinghiali. Ma c’è un piccolo particolare: il calendario venatorio vigente in Sicilia prevede che si possa sparare al “Sus scrofa” (il nome scientifico dato a questo mammifero della famiglia dei Suidi da Linneus nel 1758) soltanto dal prossimo 1 novembre fino al gennaio 2015. E, dunque, chi ha colpito quell’animale e lo ha lasciato vagare, condannato a una lenta morte, per ore lungo la strada che conduce da San Michele a Portella Castanea, è solo un vile bracconiere. Ha destato grande impressione l’agonia del cinghiale, le cui ultime ore sono state ritratte nelle immagini scattate da Alessio Villari. Un colpo secco, tra i due piccoli occhi obliqui, senza pietà. È vero, i cinghiali non sono propriamente gli animali più tranquilli e teneri del mondo, quando s’arrabbiano Dio ne scampi e liberi, e poi sono in grado di fare razzia e danneggiare in pochi secondi le colture di un intero terreno agricolo. Ma ciò non giustifica l’atto di gratuita crudeltà, che ha indotto a commozione chi ha assistito a quella scena e chi ha dovuto, poi, provvedere allo smaltimento della carcassa. E, badate bene, non è solo un brutto episodio da archiviare in fretta e furia, tra gli articoli di cronaca minore di una città con mille altri problemi ed emergenze. Si sta sempre più diffondendo in Italia (soprattutto nelle Marche, ma si cominciano a registrare casi anche alle nostre latitudini) la cosiddetta “Tbc del cinghiale”, la tubercolosi provocata dal Mycobacterium bovis che sta facendo strage tra gli animali. Una malattia simile, in questi ultimi anni, ha decimato, ad esempio, la colonia dei Daini che venivano ospitati nell’area di Puntal Ferraro, sui Colli Sarrizzo, e che erano la gioia dei delle scolaresche in visita. Come dicono gli esperti, è difficile la trasmissione dell’infezione tra il cinghiale e l’uomo, a meno che non si venga a contatto con le “lesioni aperte” dell’animale infetto. Ma il rischio maggiore deriva dall’eventuale assunzione di carne infetta proveniente da animali abbattuti clandestinamente. Emblematica, a questo proposito, la dichiarazione rilasciata qualche mese addietro agli organi di stampa marchigiani da uno dei maggiori esperti di malattie infettive degli animali, il professore Vincenzo Cuteri, docente all’Università di Camerino: «L’assunzione di carne infetta proveniente da animali abbattuti clandestinamente potrebbe consentire la trasmissione dell’infezione all’uomo, bracconieri inclusi. Il rischio di assunzione è inoltre legato alla dose infettante, cioè alla concentrazione di batteri assunti». Ecco, dunque, che s’intreccia la storia del cinghiale ucciso da un bracconiere con la necessità di mantenere viva l’attenzione, da parte della cittadinanza e ovviamente delle autorità medico- veterinarie, su un fenomeno che non può essere sottovalutato.

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