Mercoledì, 12 Dicembre 2018
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MESSINA

Inchiesta Corsi d'Oro
sentiti gli indagati

corsi d'oro, Messina, Archivio
tribunale messina

Di buon mattino, il Gip Giovanni De Marco, ha cominciato ad ascoltare gli indagati dell’inchiesta sulla formazione “ Corsi D’Oro” alla presenza dei giudici che l’hanno coordinata, il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e i sostituti Carchietti, Falvo e Monaco. Quasi tutti, accompagnati dai rispettivi legali, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, tra questi Chiara Schirò, moglie dell’ex sindaco di Messina Francantonio Genovese, Daniela D’Urso, consorte  dell’ex sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, Nicola Bartolone e Graziella Feliciotto, moglie di Elio Sauta, presidente dell’Aram uno degli enti finiti nell’inchiesta. Quest’ultimo, durante la sua breve permanenza a Palazzo Piacentini, ha rilasciato alcune dichiarazioni spontanee. Secondo indiscrezioni gli unici a parlare davanti al Gip sarebbero stati Natale Lo Presti e Giuseppe Caliri. Gli ultimi ad essere sentiti i fratelli Melino e Natale Capone.

Pesanti le accuse nei confronti dei 10 indagati, divisi in  due gruppi, uno che fa capo ad Aram e Lumen, l’altro all’Ancol, gestioni orientate anche a finalità di propaganda politico-elettorale. Oltre al reato associativo è contestato il peculato, la truffa aggravata, reati finanziari e falso in bilancio. Un affare, quello dei corsi di formazione, da 50 milioni di euro, fondi provenienti dalla Regione Siciliana e dall’Unione Europea per i quali i controlli amministrativi sarebbero stati carenti o addirittura inesistenti.

Per mesi  la Guardia di Finanza ha spulciato i bilanci e migliaia di fatture riconducibili ai tre enti di formazione ed a tutte le società con le quali erano in affari. Ne è venuto fuori un quadro assolutamente preoccupante.  Aram, Lumen e Ancol avrebbero beneficiato di contributi per milioni di euro deviando tali risorse pubbliche per fini che non avevano niente a che fare con l’attività degli enti. . Il meccanismo era semplice. Venivano create società fittizie che s’interponevano fra la Regione e l’ente di formazione. Società spesso riconducibili a familiari o persone vicine ai responsabili degli enti stessi che avevano il solo scopo di far gonfiare a dismisura i costi.

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