Martedì, 11 Dicembre 2018
MESSINA

Maregrosso, le
discariche quasi
in mare

di Alessandro Tumino

 

No, così non doveva finire. Anzi non deve. A dispetto dello sfacelo che si vede, delle montagne di inerti che dovevano finire in discarica e stanno finendo in mare, la crociata per il recupero del litorale di Maregrosso non è del tutto persa. Non ancora. Può ritornare, proprio perché la crisi è nera, un’occasione unica per cambiare la città. Come la valorizzazione della Zona falcata. È comunque raggelante lo scenario offerto oggi dalla spianata di Maregrosso. Particolarmente il tratto a sud della fine di via Santa Cecilia, ovvero la distesa di demanio dove il Comune e la Capitaneria hanno effettuato negli anni scorsi il maggior numero di demolizioni. Era diventato il luogo simbolo dei piani di riconquista, recupero visivo e riqualificazione insieme, di quel litorale del centro da una cinquantina d’anni praticamente sepolto. Eppure tra le radici del viale Europa e della via Santa Cecilia, un tempo, balneazione, paesaggio e bellezza erano realtà consolidate quasi quanto sulla riviera nord. Ancor prima Pascoli durante il suo lungo soggiorno, scrisse che a Maregrosso il mare “gocciolava d’azzurro”. Ma non si può, nè tanto meno si vuole vivere di ricordi sbiaditi e sconosciuti alle giovani generazioni. La crociata di Maregrosso, dopo un paio d’anni intensi ed un 2012 molto più a rilento, rischia d’essere cancellata dall’indiffe - renza sia pure giustificata, dalla paura o dalla piccola convenienza. La prima, l’indifferenza, potrebbe essere quella tipica di un’amministrazione comunale durante una gestione commissariale. Nessuno, detto brutalmente, si sogna di accollarsi qualche rischio o grattacapo nel periodo storico in cui l’unica cosa che conta è pagare gli stipendi e gli interventi minimi. Pare impossibile insomma, dal punto di vista dell’agire, avventurarsi al di là del pericolo di crollo o di allagamento. Ma attenzione: per questa via facilmente si finisce tutti in una palude civile. Ecco perché Maregrosso non può morire. L’«occhio cieco» di Messina, come lo definì monsignor Marra, uno dei più lungimiranti arcivescovi della nostra storia, non è solo il territorio al quale comprensibilmente restano arroccate alcune imprese che nulla c’entrano con gli “usi del mare” solo «perché tanto, in questo momento, non si fa alcuna opera pubblica». Nè può essere solo la cornice devastata di quella nuova via Don Blasco, per collegare la Falce al viale Europa, cui si sta lavorando. Ecco perché ben si comprende l’ex assessore Pippo Isgrò, cui su questo cammino vanno riconosciuti coraggio e merito non comuni, a sottolineare che «di questo passo stanno distruggendo un sogno». A minacciare il “cammi - no”non è certo solo il concatenarsi degli eventi: le dimissioni dell’ex sindaco, la missione inevitabilmente limitata del commissario, il blocco del bilancio “sbloc - cato” solo a dicembre inoltrato. Più di tutto può l’indifferenza di quel che resta della politica e dell’amministrazione. «C’erano 200.000 euro per lo smaltimento in discarica e altre demolizioni, fondi regionali per una gara già aggiudicata, nulla che turbasse i bilanci. Inevitabilmente, con il bilancio bloccato per mesi, si sono persi. Bisogna andare a Palermo e recuperarli. Vorrei parlarne con Croce in un confronto pubblico». Qualcuno ci pensi, di stipendi vivono le famiglie, ma una città non ha futuro se non progetta il futuro, se non recupera se stessa.

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